Nove anni dall’inizio delle ostilità in Donbass, uno dall’invasione in Ucraina: gli italiani dicono basta agli aiuti militari a Kiev

Scritto da

A nove anni dall’inizio del conflitto russo -ucraino e a un anno dall’invasione dell’Ucraina, gli italiani secondo un sondaggio di Euromedia si dicono contrari all’aumento della spesa militare e alla guerra stessa. Potrebbe essere anche questa la causa dell’ astensione dalle urne in Lazio e Lombardia.

di Viviana Pizzi

Nella settimana che sta iniziando oggi ci sono due date importanti della Guerra Russia Ucraina. Quella del 24 febbraio quando Vladimir Putin ha annunciato una vasta operazione militare di denazificazione dell’ Ucraina.

Ma nel 2014 proprio nella giornata di oggi iniziò il conflitto russo ucraino. La data ufficiale è quella del 20 febbraio di nove anni fa.

Ad oggi le perdite sono tantissime ma abbiamo solo fonti ucraine per quantificarle.

Ma andiamo alla ricostruzione storica del conflitto.

Il conflitto russo-ucraino è uno scontro politico, diplomatico e militare iniziato de facto dal febbraio del 2014 e che dal febbraio 2022 vede fronteggiare le truppe regolari dei due paesi dell’Europa orientale.

L’invasione russa dell’Ucraina del 2022 è invece l’offensiva militare iniziata dalle Forze armate della Federazione Russa il 24 febbraio 2022, invadendo il territorio ucraino e segnando così una brusca escalation del conflitto russo-ucraino in corso dal 2014.

Nel 2014, stando alle fonti di Wikipedia, in seguito all’Euromaidan, alla fuga in Russia e la successiva rimozione del presidente ucraino Viktor Janukovyč (avvenuta il 22 febbraio 2014), in Crimea iniziarono ad avere luogo alcune proteste filorusse e, al contempo, gruppi di soldati russi senza insegne (i cosiddetti omini verdi) presero il controllo delle principali infrastrutture e dei centri amministrativi della regione. A questi avvenimenti seguì l’invio ufficiale delle forze armate russe in Crimea e il 16 marzo, dopo un referendum ritenuto non valido dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite con 100 voti favorevoli, 11 contrari e 58 astenuti[3], la Russia annesse la penisola alla Federazione.

Ad aprile di quello stesso anno nelle maggiori città del Donbass scoppiarono delle violente proteste filorusse che sfociarono in una guerra tra il governo ucraino e le forze secessioniste, nel frattempo costituitesi nelle repubbliche popolari di Doneck e Lugansk, dichiaratesi indipendenti l’11 maggio in seguito a un referendum.

Le ostilità tra le milizie secessioniste del Donbass e l’esercito ucraino proseguirono incessantemente, provocando anche l’abbattimento del volo Malaysia Airlines 17. Il 5 settembre 2014 i presidenti di Russia e Ucraina, con la presenza dei rappresentati delle due repubbliche popolari, si incontrarono a Minsk e siglarono un protocollo per stabilire il cessate il fuoco, che fu però violato più volte da entrambe le parti. Per provare a fermare nuovamente le ostilità in Donbass il 12 febbraio 2015, grazie alla mediazione di Francia e Germania, Ucraina e Russia siglarono un nuovo protocollo per stabilire la tregua. Anche questo secondo accordo venne violato numerose volte e nel 2018 si verificò un incidente nello stretto di Kerč’ che coinvolse direttamente navi russe e ucraine.

Tra l’ottobre e il novembre del 2021 la Russia diede inizio a una vasta mobilitazione delle sue forze armate sul confine ucraino, dispiegando ulteriori forze in Bielorussia, Transnistria e Crimea oltre alla flotta del Mar Nero. Il 21 febbraio del 2022 la Russia riconobbe le repubbliche popolari del Donbass e tre giorni dopo diede inizio all’invasione dell’Ucraina.

Ma come reagisce l’ Italia a tutto questo? Quando la pace si fa sempre più lontana, gli italiani hanno paura di una ulteriore escalation che potrebbe portare alla terza guerra mondiale.

Per questo motivo gli italiani non vanno più a votare. E le elezioni di Lazio e Lombardia dove 6 elettori su 10 non si sono recati alle urne, è un chiaro segnale che la posizione filo atlantista delle forze di governo non sta piacendo ai nostri connazionali.

La.maggioranza degli italiani è infatti contraria all’aumento della spesa militare al 2 per cento del Pil così come invece è stato indicato dal ministro della Difesa Guido Crosetto in Parlamento per soddisfare le richieste Nato. Il 55 per cento dei cittadini intervistati dalla società demoscopica Swg per conto di Greenpeace ha espresso un’opinione contraria e solo il 23 per cento si è detto a favore mentre il resto del campione ha preferito non prendere posizione a riguardo. La domanda era specifica, il campione di 1.200 persone intervistate rappresentativo e le interviste sono state compiute dall’11 al 16 gennaio di quest’anno. “Si tratta di una bocciatura molto forte dell’aumento della spesa militare, non ci siamo concentrati sull’invio di armi”, segnala Simona Abbate di Greenpeace che mette in risalto come l’opinione pubblica italiana abbia espresso una posizione opposta a tutta la linea del governo sugli investimenti e la spesa da autorizzare. Non solo gli italiani non vogliono spendere di più per gli armamenti ma vogliono che gli extraprofitti sia delle aziende energetiche sia di quelle militari siano fortemente tassati e reinvestiti in fonti rinnovabili e in aiuti alle famiglie contro l’inflazione. “L’Italia vuole per sé un futuro verde e di pace”, sintetizza Abbate. Solo il 9 per cento vuole infatti che gli introiti dell’extragettito siano reinvestiti in infrastrutture di fonti fossili. “Ciò significa che i cittadini non vedono bene che l’Italia diventi il nuovo hub europeo del gas”, riassume.

Il sondaggio di Greenpeace in effetti è significativo e spiega che gli italiani preferirebbero di gran lunga che gli investimenti fossero concentrati sulla transizione energetica o in parti uguali nelle fonti rinnovabili e in una diversificazione di approvvigionamento delle fonti fossili.

Ma soprattutto il campione preso in esame risponde quasi in blocco a favore di una tassazione al 100 per cento degli extraprofitti delle grandi industrie energetiche guadagnati in questo periodo di speculazione e guerra, da reinvestire in abbassamento delle bollette per famiglie e imprese (80%) e in fonti rinnovabili (76%). Non solo. Due italiani su tre, pari al 69% degli intervistati, sarebbe favorevole a tassare anche gli extra profitti per la guerra in Ucraina delle aziende armiere.

Ciò che viene bocciato senza appello dai risultati del sondaggio è in ogni caso proprio il piano illustrato da Crosetto di aumentare la spesa militare di 12 miliardi nei prossimi sei anni (Crosetto aveva parlato di 10 miliardi ma aggiungendo che le richieste Nato ora sono passate dal 2 al 3 per cento del Pil e che attualmente sono “solo” pari all’1,4 per cento).

In un sondaggio Euromedia la quota di cittadini contrari a proseguire nell’invio di armi come risolutivo del conflitto cresce addirittura al 58% e addirittura il 68,5 del campione si dichiara nettamente contrario al coinvolgimento diretto della Nato nel conflitto in Ucraina.

Succede intanto, come denunciato dal Partito Comunista che a due giornalisti del manifesto viene sospeso l’ accredito giornalistico dal ministero della difesa ucraino.

“Andrea Sceresini e Alfredo Bosco, giornalisti italiani de il Manifesto – si legge in una nota del partito- che lo scorso 6 febbraio hanno ricevuto la notifica di sospensione dagli accrediti giornalistici dal ministero della Difesa ucraino. Erano di ritorno dal fronte di Bakhmut, ora sono in attesa dell’interrogatorio da parte della femigerata SBU, la Gestapo ucraina.

I media italiani non sono interessati a condannare la censura della libertà di informazione se non si tratta di Russia, Cuba o Cina. E non ci sono prese di posizione da parte della politica o pressioni verso l’ambasciata ucraina, a cui invece è concesso comandare in Italia. Non pervenuti i partiti arcobaleno già assenti dal condannare la morte di Andrea Rocchelli ammazzato in Ucraina il 24 maggio 2014, quando dell’Ucraina non importava nulla a nessuno.

Su i gruppi editoriali che comandano l’informazione in Italia, quelli dei soliti noti padroni, stendiamo un velo pietoso, aspettano la velina da Washington. Altrimenti la notizia non esiste né è degna di essere raccontata”.