Giustizia, Fallica: mai più un “affaire” Tortora

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L avvocato Matteo Fallica, storico attivista civico, con una riflessione analizza le problematiche legate al processo indiziario, alla pressione mediatica e ai pregiudizi sociali che influenzano le decisioni giudiziarie, mettendo in evidenza la necessità di un sistema giuridico che ponga al centro la verità e la protezione dell’innocente.

La giustizia, per sua natura, dovrebbe essere il baluardo finale contro l’ingiustizia.

Tuttavia, spesso, il sistema giuridico si trova ad affrontare errori giudiziari che minano la fiducia nel processo stesso. Il caso di Enzo Tortora, uno degli esempi più clamorosi, rappresenta una macchia indelebile nella storia della giustizia italiana. Tortora è stato accusato ingiustamente di associazione mafiosa e condannato sulla base di indizi errati e testimonianze false. Un errore che gli costò anni di vita e distrusse la sua reputazione.

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Questo caso solleva una questione centrale nel sistema giuridico: come affrontiamo l’interpretazione dei fatti? Di fronte a un medesimo evento, sono possibili diverse letture, eppure la giustizia sembra chiedere una sola verità. La giustizia si trova spesso a dover navigare tra molteplici interpretazioni, ma quando si basa solo su indizi e pregiudizi, i rischi di errore aumentano.

L’errore giudiziario accade quando un giudice o un pubblico ministero si convince della colpevolezza di un individuo basandosi su sospetti e indizi, senza avere prove certe. Questo fenomeno è alimentato dalla pressione mediatica, dai pregiudizi sociali e da una cultura giuridica che talvolta si concentra più sull’apparenza che sulla realtà. Un esempio di questo è la “cultura inquisitoria”, che ha radicato il processo indiziario nel nostro sistema giuridico. Quest’ultimo si basa sull’idea che, anche senza prove concrete, un sospetto può essere sufficiente per arrivare a una condanna.

Fino al 1989, il ricorso al ragionamento indiziario non era codificato, ma sviluppato dalla giurisprudenza. Solo successivamente, con la riforma del codice di procedura penale, è stato formalizzato. L’articolo 192, comma 2, stabilisce che “l’esistenza di un fatto non può essere desunta da indizi, a meno che questi siano gravi, precisi e concordanti». Ma quanto possiamo davvero basarci su questi indizi? Questo è uno degli interrogativi fondamentali del nostro sistema giuridico, che spesso porta a condanne errate.

Nel 2000, il giudice Gennaro Francione criticò il processo indiziario, proponendo un approccio scientifico basato su prove verificabili, in linea con la “teoria della falsificazione” di Karl Popper. Secondo Francione, ogni ipotesi giuridica doveva essere testata per poter essere falsificata, per arrivare a una verità fondata, non speculativa. Tuttavia, la Corte Costituzionale, con l’ordinanza n. 201/2001, rigettò l’incostituzionalità del processo indiziario, pur riconoscendo la necessità di praticità del sistema legale.

La giustizia, secondo il principio dell’“oltre ogni ragionevole dubbio”, deve sempre proteggere l’innocente, come sancito dalla legge Pecorella nel 2006. Ma se uno dei tre giudici di un collegio penale vota per l’assoluzione, come può esserci condanna in presenza di un dubbio?

Un altro aspetto problematico riguarda la separazione tra giudici e pubblici ministeri, che nel nostro sistema giuridico non è mai stata realmente attuata. La centralità del pubblico ministero nelle indagini preliminari, può risultare dannosa, in quanto permette che il pm influenzi l’orientamento del giudizio sin dalle prime fasi. La continuità tra pubblico ministero e giudice per le indagini preliminari è un elemento che potrebbe creare disfunzioni e distorsioni nel processo. In questo contesto, la separazione delle carriere e la riforma dell’obbligatorietà dell’azione penale sono temi di fondamentale importanza.

In conclusione, la giustizia non deve essere un gioco di probabilità né una costruzione di storie verosimili. In una condanna fondata su un pregiudizio, un erorre, un indizio, ci sono vite umane che potrebbero essere disturtte per sempre. Tragedie come quella di Enzo Tortora non si devono ripetere mai più.

Al limite, è sempre preferibile assolvere un colpevole che condannare un innocente.

Avv. Matteo Fallica