Elena Ciamarra in “Una bolla di tempo perfetto” di Andreina Di Girolamo

di Anna Maria Di Pietro
C’è un castello a Torella del Sannio, piccolo borgo dell’entroterra molisano, la cui atmosfera, quasi surreale, ha ispirato il romanzo dell’autrice e clavicembalista molisana, che introduce il lettore in un mondo altro, fatto di musica, arte e cultura a tutto tondo. È il mondo di Elena Ciamarra, pianista, diplomata in Direzione d’orchestra e sopraffina pittrice autodidatta, la cui figura si staglia in tutto il Novecento; nata a Napoli nel 1894, fu sempre supportata dal padre Giacinto, avvocato, che ne assecondò le passioni, tanto che Elena frequentò i migliori salotti dell’epoca, incontrando artisti e intellettuali di spicco, viaggiando e maturando così una cultura di ampio respiro internazionale, anche grazie alle numerose mostre estere.
Andreina Di Girolamo, però, ci restituisce il suo profilo artistico e umano cogliendola in quello che è stato il soggiorno “forzato” in Molise, precisamente nel castello di proprietà del padre, di origini molisane, quando vi si trasferì per sfuggire ai bombardamenti degli Alleati su Napoli, durante il secondo conflitto mondiale.
Con una scrittura rabdomante, animata da una sensibilità raffinata, l’autrice scava tra le pieghe dell’anima, offrendo un racconto che si sviluppa su due piani, quello passato dell’artista, quello presente della protagonista Maria Amabile, due epoche che mescola con fluidità e in cui il lettore può perdersi e ritrovarsi.
Un romanzo d’ispirazione, che Di Girolamo ha scritto seguendo i sensi, attraverso una lettura quasi semiologica del mondo di Elena, captando i segni e i segnali emanati da tutto quanto ancora “vive” nel castello, a partire dall’atmosfera respirata, passando per i dipinti, la musica che amava, gli oggetti utilizzati, come i pennelli, le tavolozze e i camici ancora intrisi dei colori che preparava personalmente. E al di sopra di tutto, il prezioso Stainway, o Stanvé come la povera gente di Torella chiamava quel pianoforte, protagonista quasi umano, estensione del corpo e dell’anima di Elena, che diffondeva le sue note tra i vicoli e le stradine di Toerella, quasi opponendo quei suoni “buoni” a quelli striduli della guerra. E ancora i suoi libri che, insieme alla musica e all’arte, hanno rappresentato quella bolla in cui Elena trovava la vera sé e che, forse, le permetteva di essere migliore, offrendo ai figli Leonardo e Minna un esempio di libertà e autodeterminazione.
E parlano davvero i quadri che tappezzano le pareti: paesaggi torellesi dai colori tenui, o candidi quando la neve sembrava spingere in un abbraccio le piccole case. Ma su tutti, i ritratti della gente del posto, contadini e pastori che diventavano modelli per caso, riprova di grande umiltà della donna e dell’artista che amava l’essere umano, tanto che i ritratti, di volti o di figure intere, non vengono contestualizzati, restando i soli protagonisti. Su tutti, quello di Pasqualina “la muta” che ha dato vita alle più belle pagine del romanzo: una pastorella povera e scarna, dai capelli sottili e sporchi, che rimanda a La fille aux cheveux de lin di Debussy, che Elena ritrae durante una passeggiata in campagna, ridonandole dignità attraverso un fazzoletto giallo paglierino dipinto sul capo, come una carezza materna. E ancora, impressionante, il ritratto delle sue mani, simile a una moderna radiografia, in cui seguì l’evoluzione delle deformazioni dovute all’artrosi. E tra i volti, spicca quello di una giovane contadina, di cui riesce a imprimere sul foglio lo sguardo, che ricorda molto, nell’espressione sorpresa, quello della ragazza afgana del famoso fotografo MCCurry.
Sì, perché Elena, con il suo «sguardo d’inchiostro» riusciva a tirar fuori l’anima delle persone che incontrava, attraverso una profonda empatia e una spiccata sensibilità. Per Elena Ciamarra il corpo umano rappresentava bellezza allo stato puro, nella sua anatomia, nelle forme e nelle deformazioni, persino nella morte, tanto che ritrasse il padre privo di vita.
Andreina Di Girolamo, entrando con delicatezza nel mondo di Elena, senza nessun giudizio, ha messo in risalto la bellezza di una donna che potrebbe sembrare cinica e distaccata, poco incline all’affetto, soprattutto verso la famiglia, i figli, e che invece dal romanzo esce nella maniera più vera: semplicemente libera di essere, verace, coraggiosa, tanto da separarsi dal marito, cosa impensabile per l’epoca, caparbia, inarrestabile, che non si arrese come artista neppure durante la malattia.
Una donna estremamente moderna e lungimirante, che trasponeva sulla tela i suoi paesaggi interiori, e, si sa, l’arte non mente mai.
Il romanzo ha avuto anche il grande merito di far inserire la voce “Elena Ciamarra” nel Vocabolario Treccani.
Oggi, il castello è diventato Casa-Museo “Elena Ciamarra” ed è visitabile solo grazie all’intelligenza e al coraggio di due donne: Angela Piscitelli ed Elena Cammarano, rispettivamente nuora e nipote dell’artista, che senza nessuna sovvenzione pubblica rendono fruibile un vero gioiello molisano, “vessillo di libertà”.
Le visite al castello necessitano di prenotazione. Di seguito, le informazioni.
Casa-Museo “Elena Ciamarra”
Via Elena Ciamarra,60
Visite per appuntamento:
0033607144214 / 00393339822863 (anche whatsapp)


