Minna Cammarano, tutti i colori dell’anima. Il racconto di sua cognata Angela Piscitelli ( prima parte)

Intervista di Anna Maria Di Pietro
Di madre in figlia, l’arte che scorre nelle vene insieme all’amore per la vita, ma con un guizzo diverso, un accento incandescente. Attraversiamo la vertiginosa iperbole dell’essenza della pittrice Minna Cammarano, figlia di Elena Ciamarra, che imprimeva sulla tela “l’altro filtrato dall’io”, seguendo lo stato d’animo del momento, luminoso o buio, facendo “parlare” il colore, giocando “d’azzardo”, rischiando nell’arte come nella vita.
Nata a Napoli nel 1931, seguì la madre, insieme al fratello Leonardo, in numerosi viaggi, studiando a Parigi e Salisburgo, raccogliendo le suggestioni di grandi maestri, tra cui André Lhote, che ebbe tra i suoi allievi anche Tamara de Lempicka, e facendosi attraversare dagli influssi di Gauguin, Kokoschka, van Gogh, Cézanne e degli espressionisti tedeschi in generale.
Abbiamo voluto conoscere Minna, donna e artista, attraverso il racconto bellissimo, e a tratti malinconico, di sua cognata Angela Piscitelli, cara amica, che oggi abita il castello di Torella del Sannio, tra ricordi, quadri e infinita bellezza.
di Anna Maria Di Pietro
Prima di addentrarci nel percorso creativo di Minna, è bene comprendere la donna dietro all’artista, per catturare tutte le sfumature umane di una creatura che era tutto e il contrario di tutto. Chi era Minna?
La vidi, per la prima volta, in una sera di autunno a Torella, dove Leonardo, suo fratello, mi aveva portata per presentarmi alla mamma. Minna, piccola di statura, molto bella, uno sguardo dolce e leggermente briccone, si muoveva leggera, spariva e riappariva, come se volesse giocare a nascondino con la giovane intronata sconosciuta, che ero io. Un folletto, una farfalla, apparentemente distratta, invece attenta a tutto quello che era intorno. L’ho frequentata per più di trent’anni e non è mai cambiata. Era un’artista che aveva trasformato la sua eterna infanzia in arte.
Ci racconti qualche episodio significativo, in modo da far comprendere ancora meglio l’indole di Minna?
Con me era sempre gentile e sorridente: quaranta e più anni di “cognataggine” senza nessun dissapore o litigio: occorreva, però, stare al gioco. Io mi sono sempre divertita, anche perché vivere con tutti loro era come stare in una scena di teatro, dove il testo cambiava di continuo e bisognava adattarsi. Con Leonardo andavamo spesso a Ferrara, a casa di Minna ed Ermanno; era un appartamento della novecentesca casa, davanti al palazzo dei Diamanti, dove erano state girate alcune scene de Il giardino dei Finzi Contini: soffitti a cassettone dorati, anfratti, scalette. Era un mondo. Per far capire com’era Minna, cito alcuni episodi emblematici. Avevo un borsone con i miei abiti: portavo qualche gonna, io che vivo attaccata ai jeans, ma Ferrara è una città elegante, dunque, volevo darmi un tono meno arruffato anche per rispettare gli ospiti. La prima volta ci preparavamo a un’uscita ufficiale, esposizione di quadri o non so cosa, e nel tirar fuori la gonna dalla sacca scoprii che il capo in questione era stato graziosamente tagliato a fettine verticali, mutandosi in una specie di indumento hawaiano, non proprio consono all’austera eleganza ferrarese. Mia figlia Elena era troppo piccola per simili atti creativi e, più che un sospetto, ebbi una certezza; mi rivedo seduta a terra, a sbellicarmi dalle risate. Il fenomeno si ripeté un paio di volte ancora, e poi, anche perché non avevo più gonne, adottai il mio solito abbigliamento. A Torella del Sannio, invece, Minna si cimentò nell’occultamento creativo di tutte le mie mutande, che furono ritrovate, dopo mesi, giulivamente sospese a un melo del vicino: Land art, penso. Sorrideva a denti stretti anche una nostra amica, molto elegante e munita di tutti gli accessori, alla quale regolarmente sottraeva il costoso cappellino per sprimacciarlo a dovere con il grazioso posteriore, sedendocisi sopra. Ma era anche spericolata: una volta andò di proposito a schiantarsi contro una pianta con la sua bicicletta perché non voleva fare una gita al Vittoriale; agli ortopedici sbigottiti disse: «Doppia frattura? Io volevo solo farmi un po’ male per non andare in gita con loro». “Loro” eravamo noi e il santo marito. In questo caso: Arte comportamentale estrema, penso. A me non mostrò mai il lato oscuro della sua personalità, e quando decise di ammalarsi, e di morire, per due anni non la vedemmo più. Non voleva invecchiare e non è invecchiata: “Minnarella”, come la chiamava Leonardo, è restata per tutti il personaggio immutabile della sua favola personale.
Come si poneva nel rapporto con gli altri?
Era una seduttrice naturale, ma estrema. Seguiva il suo istinto: se incontrava qualcuno, giudicava all’istante se le andava o no a genio, e non ritornava sui suoi giudizi; per “gli antipatici”, spariva volteggiando, e non si mostrava più; con chi le piaceva era simpatica, brillante, generosa e solare. I torellesi la adoravano perché fraternizzava con tutti, piombava nelle case all’improvviso e si metteva a chiacchierare; con loro prendeva sbornie fantasmagoriche e parlava correntemente la loro lingua, mentre di solito il suo italiano era impeccabile, colto e senza accento.
E l’Amore, che posto aveva nella sua vita?
Gli uomini impazzivano per lei, e lei ha amato a modo suo, ma sempre con grande sincerità: il malcapitato sapeva a cosa andava incontro. Della sua indole complessa non ha mai fatto mistero; aveva sicuramente una guerra nel cuore, la sua personalità era questa: è capitato tante volte che amando moltissimo un uomo, lo abbia piantato in asso senza una ragione apparente, e in modo irrevocabile. Nel suo libro, Stanvè, è lei stessa a descrivere la sua prima storia con Charlie, un ragazzino profugo, durante la Prima guerra mondiale; una storia poeticissima e lacerante. Moltissime storie, qualcuna finita anche tragicamente: il gioco in amore può essere perverso. Minna si sposò soltanto dopo la morte della madre. Credo che, come nelle favole, abbia scelto, tra i tanti pretendenti, quello più ardito e caparbio nel superare le prove che lei seminava a profusione lungo il cammino. Lui, Ermanno, vinse la sfida suscitando tutta la nostra ammirazione.
L’esempio di Elena, non solo artista ma donna di grande cultura e libertà, certamente ha influito su Minna, anche perché è stata una madre che ha lasciato ai sui figli l’autonomia di scegliere chi essere, chi diventare. Come ha vissuto Minna il rapporto con una madre così autorevole?
La vita di entrambi i figli con Elena Ciamarra è un interessante esempio di quanto sia impossibile decodificare, anche in termini psicanalitici, le meccaniche genitore/figlio. Minna e suo fratello Leonardo sono “nati” con una personalità definita e decisa come la madre. Naturalmente, proprio per questa ragione, c’è sempre stata, specialmente con Minna, una forte contrapposizione che conviveva con un grandissimo amore e una sincera stima per la “persona” Elena Ciamarra, che andava ben oltre il rapporto madre/figlia: una dialettica che produsse due artisti diversi, due persone complesse e anche un carattere dolce e amaro insieme. Perché il raffronto è inevitabile, anche se c’è grande libertà, anzi, direi soprattutto se c’è libertà, in quanto la libertà genera responsabilità. E Minna, eterna bambina, ha sempre odiato e sfuggito la responsabilità.
Oltre che con sua madre, come viveva Minna i rapporti affettivi?
Adorava suo fratello Leonardo. Erano legatissimi: lei lo ha sempre considerato un genio, un riferimento, una protezione, anche un seccatore indispensabile. Con mia figlia Elena era una compagna di giochi fantasiosa e forse un tantino pericolosa, ma credo che per una bimba avere una zia così originale è un privilegio, e un rischio che valeva la pena di correre; complice delle marachelle, fino all’estremo. Ma Leonardo e io siamo sempre stati un tantino incoscienti e strani pure noi, per questo le sorvegliavamo, ma a distanza. Credo che in Ermanno, il suo compagno, abbia trovato amore, complicità, protezione, devozione assoluti. E lo ha ricambiato, naturalmente senza perdere un’oncia della sua personalità. In genere, lei è stata sempre molto discreta: non faceva mai capire nulla dei suoi sentimenti.
Se dovessi definire Minna con un colore, con quale la dipingeresti?
Un arcobaleno luminosissimo minacciato da una coltre di nuvole color acciaio scuro.
A lunedì prossimo, con la seconda parte!


