Margaret Ann Bulkley, alias James Berry, una donna nei panni di un uomo.Ieri come oggi, il percorso di emancipazione femminile è tutto a ostacoli

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di Anna Maria Di Pietro

È una storia affascinante, intrisa di mistero, quella della chirurga irlandese che, pur di perseguire la sua aspirazione, fu costretta a cambiare la sua identità assumendo il nome dello zio paterno, suo complice insieme alla madre.
Siamo agli inizi dell’Ottocento, quando alle donne era concesso poco o niente perché viste come angeliche figure nate con la sola funzione di procreare e accudire, diventando, una volta sposate, piena proprietà del marito, eppure Margaret Ann Bulkley, tempra d’acciaio e piglio fiero, si mise in testa di studiare Medicina, professione impensabile per una ragazza che, oltre alla cura domestica, avrebbe al massimo potuto aspirare al lavoro di insegnante.

Aiutata dalla madre e dallo zio James Berry, dal quale prese in prestito il nome per il suo pseudonimo, e con la spinta di amicizie influenti, si iscrisse, utilizzando l’identità maschile, all’università di Edimburgo, conseguendo il dottorato con una tesi singolare sull’ernia inguinale che, secondo il futuro medico, colpiva più le donne a causa dei corsetti troppo stretti dettati dalla moda del tempo, entrando naturalmente in polemica con i benpensanti. Qualche anno più tardi, riuscì ad arruolarsi come medico nell’esercito britannico, dopo aver evitato, con qualche peripezia, la visita medica, che avrebbe svelato la verità.
Iniziò a viaggiare per le varie colonie inglesi e, in Sudafrica, eseguì il primo parto cesareo della storia.

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Si distinse sempre per le sue doti di grande umanità verso i pazienti, curandone corpo e anima, battendosi per il miglioramento delle condizioni igieniche e sanitarie, combattendo le ingiustizie che colpivano i malati più poveri e i detenuti. Tanto amorevole e profondamente empatica con i pazienti, quanto bisbetica e litigiosa con tutti gli altri, superiori compresi. Una persona sui generis: vegetariana, astemia, che vestiva in maniera stravagante per “essere” un uomo, con quegli stivali dal tacco rosso e la camicia ricamata, portata sotto la divisa militare. Attenta a sé come agli altri, studiò una dieta ad hoc per i soldati, introducendo alimenti più sani e funzionali alla loro attività. Il suo spirito ribelle la mise più di qualche volta nei guai, tanto da essere trasferita a Sant’Elena, dove venne arrestata e processata perché, senza permesso, si allontanò per raggiungere il suo amante Lord Charles Somerset. Naturalmente, entrambi furono accusati di omosessualità, reato gravissimo per l’epoca, e dopo il processo, per evitare il carcere, Margaret accettò di essere dimensionata: non avrebbe mai potuto abbandonare i suoi pazienti e il suo lavoro, e la promiscuità con gli altri detenuti le sarebbe stata fatale, perché avrebbero scoperto chi si nascondeva sotto quella divisa.

Nel giro di pochi anni, grazie alla sua grande professionalità, tornò in auge, diventando il Primo Ufficiale Medico delle Indie Occidentali, continuando a operare e a salvare vite.
In Canada, dove fu trasferita, il suo ricordo è ancora vivo.
Morì a Londra, e solo allora la sua governante scoprì la vera identità del dottor James Berry, divulgando la notizia che fece scalpore, tanto che il Governo britannico la tenne segreta per un secolo, pur di tutelare l’esercito beffato da una donna.
E nonostante il coraggio di questa donna che per tutta la vita ha sacrificato il suo essere per poter realizzare il sogno di aiutare l’altro, riuscendoci egregiamente, la sua storia lascia l’amaro in bocca. Si tratta, infatti, di una falsa emancipazione, perché Margaret, come medico, è stata sempre James, non avendo mai potuto rivelare la sua vera identità. Dall’Ottocento a oggi, dove certo nessuna donna (si spera!) deve travestirsi da uomo per lavorare, la lotta per i diritti è ancora aperta e la strada per la parità è sempre irta di ostacoli che, a volte, sembrano insormontabili.