25 aprile, il ricordo del cannoneggiamento di San Bartolomeo in Galdo: sette le vittime civili

Ricorre oggi l’80esimo anniversario della liberazione dalle truppe nazifasciste in Italia.
Il 25 aprile 1945 è una data storica che merita di essere ricordata. Non con sobrietà come chiesto dal ministro Musumeci. Ma con il ricordo vivido di quello che la guerra ha significato per l’Italia e soprattutto per i piccoli comuni della nostra nazione. In ogni paesino bisogna ricordare una battaglia. In ciascun lembo della nazione ci sono stati soldati chiamati in guerra e poi deportati nei campi di internamento tedeschi. Molti di loro non sono mai più tornati in patria. Chi ha avuto l’onore di tornare da sopravvissuto non riesce a dimenticare gli orrori subiti.
È il caso anche del mio piccolo paesello: San Bartolomeo in Galdo. Situato nel punto di quasi baricentro tra le città di Benevento, Foggia e Campobasso.
Ebbene sì. Anche questo piccolo comune è stato teatro di scontro tra gli alleati e i tedeschi.
Lo racconto qui grazie alla testimonianza diretta di mio padre, Michele Angelo Pizzi, che ha alcuni suoi ricordi personali ma anche quelli tramandati da chi 80 anni fa era adulto.
Si ricorda bene che gli alleati ( quelli che combattevano il regime nazifascista) sbarcarono in Sicilia e cominciarono una risalita della penisola che il 4 giugno del 1944 li ha portati a liberare Roma dopo aver sfondato la Linea Gustav.
La popolazione di San Bartolomeo ricorda che era Settembre 1943, quando gli alleati nella loro risalita per liberare l’Italia, arrivarono nel piccolo comune campano.
I tedeschi allora furono costretti a ripiegare verso nord-est, tenendo ben salda la loro linea difensiva sul versante di Castelvetere di Valfortore – Decorata.
Da qui provarono a fermare l’avanzata degli americani con le loro micidiali Armi pesanti.
San Bartolomeo in Galdo, a partire dalla terza decade di settembre 1943, fu teatro di episodi di violenza sui civili.
Ben presto, infatti, iniziarono i soprusi con la requisizione di derrate alimentari, animali da stalla, da cortile, biancheria, apparecchi radio ed altri beni.
Nella notte del 3 ottobre, i genieri minarono il ponte a sette archi sul Fortore e quelli sui torrenti Marianella e Mazzocca, che furono solo parzialmente distrutti.
Durante le azioni di ripiegamento, i tedeschi cannoneggiarono pesantemente l’abitato provocando dieci vittime e circa cinquanta feriti tra i civili. Subirono gravi danni undici fabbricati, tra cui la chiesa del Preziosissimo Sangue.
Il 10 ottobre, durante la fase finale della ritirata, i tedeschi incendiarono una casa colonica in contrada Marano, causando la morte di una bambina.
L’Italia era ormai in guerra da oltre tre anni, sempre fedeli alle forze all’Asse ( Germania- Italia), ma il conflitto volgeva al peggio e Sua Maestà Vittorio Emanuele III, cominciò a guardarsi intorno ed a cercare una via di fuga.
Gli fu suggerita dal suo stato maggiore e dai gerarchi del fascismo più illuminati, o come si usa dire oggi: “responsabili”.
“Abbandoniamo Mussolini- era il suggerimento- rompiamo il patto con l’Asse e firmiamo l’armistizio con gli Alleati e salviamo il Regno”.
Il disegno prometteva bene, ma come si suol dire, avevano fatto i conti senza l’oste. Che in quel caso erano le Panzer Division del Feldmaresiallo Albert Kesserling.
Il Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio del 1943 approvò l’ordine del giorno “Grandi”, che prevedeva la sfiducia al Duce.
Hitler capì che quel voto avrebbe aperto una falla nell’alleato italiano. L’ottimismo di Kesserling non gli permise di vedere ciò che stava succedendo. Era convinto il Feldmaresciallo che l’alleato italiano sarebbe stato sempre al suo fianco, ma Sua Maestà la pensava diversamente e brigò con gli Alleati per una “pace separata”, in realtà una resa incondizionata camuffata da armistizio.
L’8 settembre 1943 fu reso noto l’armistizio firmato a Cassibile cinque giorni prima.
( Cassìbile localmente Cassìbbili o Jascìbili è una frazione di Siracusa dove le forze alleate degli anglo-americani; passato alla storia come l’armistizio di Cassibile.)
I vertici militari italiani, il re Vittorio Emanuele III, il capo dello Stato Badoglio, il principe Umberto, prevedendo ciò che sarebbe successo, nottetempo scapparono prima a Pescara e poi a Brindisi.
Improvvisamente l’esercito italiano si ritrovò senza ordini, quasi un milione di soldati italiani furono presi prigionieri dalla Wehrmacht e portati in Germania per lavorare alla ricostruzione della Germania, tra questi ci fu anche il mitragliere Tommaso Pizzi fratello di mio nonno Antonio Pizzi, poi morto in Germania di Tubercolosi).
I tedeschi lanciarono immediatamente l’Operazione Asse. Kesserling sentendosi doppiamente traditi senza lesinare brutalità.
Iniziò così il lungo ritiro dalla penisola dell’esercito tedesco, incalzato da Sud dalle forze alleate.
I teutonici cercarono di fare terra bruciata affinché gli angloamericani incontrassero molti ostacoli nel loro dirigersi verso nord.
I tedeschi fecero saltare ponti, ne fece le spese anche il Ponte “Sette luci” di San Bartolomeo.
Visto in diretta da mio padre che allora aveva 6 anni e da mia nonna Licia Martini che si trovavano rifugiati insieme ad altre famiglie, nella campagna di Cifelli Domenico , detto Zi’ Mincuccio.
Durante la loro ritirata verso nord, le truppe tedesche attraversarono la Valfortore, e cominciarono le razzie, le angherie verso quella popolazione fino a ieri alleata.
Dopo aver minato il ponte di Setteluci, volsero le loro truppe verso Castelvetere e precisamente verso Decorata.
Attestatisi sulle alture di fronte a noi, l’esercito tedesco non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione per colpire il Comando Compagnia dei Regi Carabinieri di stanza a San Bartolomeo.
La mattina del 5 ottobre del 1943 i tedeschi posizionarono i loro cannoni a lunga gittata con le bocche di fuoco che miravano la caserma dei carabinieri, adiacente al convento dei frati minori, e in direzione del centro del paese.
Verso mezzogiorno si sentirono i primi colpi e si videro le prime esplosioni. L’obiettivo principale erano i carabinieri, pertanto la gente scappava da nord verso la parte meridionale del paese.
A quel punto i tedeschi scaricarono una pioggia di fuoco anche verso il centro abitato, e fu una strage.
Sangue, devastazione, feriti e morti. Il bombardamento durò molte ore. Il fumo, le grida di dolore e paura, le esplosioni, le fiamme, i crolli, crearono un immenso inferno.
Quando i tedeschi decisero di fermarsi, scese una cappa tombale su San Bartolomeo in Galdo.
La coltre di fumo si innalzò, lasciando agli occhi sbarrati di spavento dei superstiti uno scenario di morte e desolazione.
Mestamente iniziò il lugubre riconoscimento di quei corpi martoriati dalle esplosioni.
La prima ad essere riconosciuta fu la vedova Maria di Dio di 76 anni.
Fu poi la volta di Maria Rosaria Pepe di 31 anni, sposata.
Tra le macerie fu riconosciuto anche il corpo della giovane Clelia Renzi di 25 anni e di Carlo Emanuele Capuano di 53 anni.
Sotto la pioggia di bombe furono spezzate anche le vite dei piccoli Angelo Mormone di 14 anni e di Immacolata Ruggiero di 11 anni.
Infine fu ritrovato esanime Francesco Palumbo di anni 29, da poco sposato.
La conta dei morti si fermò a sette. Il tributo di vittime civili che San Bartolomeo ha sacrificato alla Nazione.
La maggior parte dei morti si ebbe in Largo del Giglio, odierna piazza Garibaldi. Le schegge delle granate oltre a seminare morte provocarono anche danni agli edifici.
Di quei bombardamenti resta memoria, ormai labile, nelle menti dei più anziani, nei registri di morte e soprattutto nel lampione di metallo che si erge al lato nord della stessa piazza, che conserva nel suo basamento in ghisa la sagoma di una scheggia rovente di granata.
Sarebbe rispettoso, il prossimo quattro novembre, deporre un mazzo di fiori ai piedi del basamento per ricordare il tributo di sangue che il nostro paese ha pagato il 5 ottobre 1943.
Questa fu la seconda guerra mondiale. Proprio Papa Francesco ha chiesto a tutti i capi di Stato di rinunciare al riarmo e cercare la pace.
È quello che dovremmo fare anche in onore delle vittime civili di San Bartolomeo e di tutti i comuni italiani. Perché la guerra è solo morte e distruzione.


