Voglio spendere una parola per te. Il libro di Greta Rodan che descrive il nemico invisibile: il patriarcato

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Voglio spendere una parola per te, il libro di Greta Rodan, presentato nella sede del Circolo Sannitico di Campobasso, è un saggio femminista anche se la parola femminismo viene evitata forse accuratamente.

Greta Rodan dice di questo: la lotta al patriarcato sta nelle bocche di tutti ma nei fatti di nessuno

Ma nel descrivere Sveva, la figura predominante del volume, descrive le vittime e le donne che agiscono il patriarcato. Che è stato definito in mille modi, come andremo a vedere ma che nessuno ha davvero il coraggio di nominare.

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Come se farlo ci distacca in maniera insanabile da quel mondo maschile, al quale si chiede aiuto nell’ educazione dei più giovani alla non violenza. Come se nominare quella parola magica avesse potuto avere l’ effetto di far scappare gli uomini presenti in sala. Tra cui il presidente dell’ordine dei giornalisti Vincenzo Cimino.

L’unica relatrice che lo ha nominato veramente, il grande nemico patriarcato, è stata la giornalista ed editor del libro, Anna Maria Di Pietro.

Ha sostenuto che il Governo Meloni si è affannato a combattere il fenomeno violenza pensando che si possa confinarlo ai reati degli immigrati. Di fatto denunciando una politica inesistente dal punto di vista della lotta al femminicidio.

Anna Maria Di Pietro ha poi ringraziato noi femministe per aver avuto il coraggio di lottare sempre. Ma nel dirlo ha usato: “Ringrazio le femministe”. Il noi era implicito ma non gridato.

Il patriarcato era poi presente in tutti gli altri interventi. Anche il femminismo. Ma purtroppo non sono stati mai nominati.

Femminista è stato fare la presentazione non il 25 novembre ma il 2 dicembre. Dimostrando che di violenza sulle donne si può parlare sempre.

Femminista anche l’intervento dell’ assessora Adele Fraracci. Che si è raccontata nelle sue battaglie.

“Come donna questo tema mi scoraggia- ha sostenuto- anche quando abbiamo spazi e tempi bui. Anche quando abbiamo spazi e tempi bui dobbiamo trovare l’orizzonte di luce. Non dobbiamo mollare, dobbiamo essere pugnaci. La rete tra le donne deve essere sempre molto forte. Una rete intessuta con gli uomini”.

Adele Fraracci ricorda Franca Viola, la figura centrale del femminismo italiano che ad Alcamo, in Sicilia, ha denunciato l’uomo che la ha stuprata rifiutando il matrimonio riparatore. Che avrebbe di fatto reso nullo il reato di stupro.

Nel 1981 grazie a lei questo istituto giuridico fu abolito. Nel 1996 lo stupro divenne reato contro la persona.

“Sono cresciuta nell’idea delle conquiste femminili come passione civile- ha chiuso Fraracci, cerchiamo la sorellanza”.

Manifesto femminista? Probabilmente sì ma senza nominare femminismo e patriarcato.

È stata poi la volta delle psicologhe dei centri antiviolenza Befree e Liberaluna.

Fiorella Masucci, anche responsabile del primo centro, ci racconta della vittimizzazione secondaria che può accadere alle vittime di violenza. Ci dice che la violenza colpisce anche chi ha un buon lavoro e una buona cultura, non solo la donna povera.Ci si chiede come mai la donna non lascia la relazione e l’uomo abusante. La risposta c’ è ma non si vede: la dipendenza economica e il patriarcato di cui tutte noi, a vari livelli, siamo intrise.

Emanuela Galasso, psicologa di Liberaluna, entra nel merito del libro di Rodan dopo aver spiegato quello che fa il centro.

“Per dieci anni ho parlato con le vittime – ha sostenuto- nel libro di Rodan mi sembrava di ascoltare le loro voci.Ho sentito le storie delle mie nonne. L’unico uomo della mia famiglia ha avuto la possibilità di studiare giurisprudenza”.

Patriarcato anche questo, ma non definito con questa parola.

Poi è stata la volta dell’ assessora Bibiana Chierchia, delegata alle politiche sociali.

“Grazie a Greta che sei andata a scavare nelle parole. So molto del perché scrivi e scavi nel silenzio”.

Ha sostenuto di essere arrivata tardi perché al Comune si stava discutendo dei senza fissa dimora. E ha denunciato: difficile trovare dei dati certi sul numero dei femminicidi. Da una parte i numeri reali e dall’ altra quello delle donne uccise riconosciute dai protocolli.

Denuncia femminista? Certo che sì. Ma la parola femminismo non la abbiamo sentita.

Poi il nuovo intervento di Annamaria Di Pietro. “Le donne si trovano a dover esercitare il ruolo di buone madri e mogli. Per gli uomini sono le acquasantiere per vomitare le loro frustrazioni. Gli uomini si sentono i dominatori autorizzati delle intelligenze femminili”. Le donne in questo momento si possono autodeterminare? Non quelle del libro di Greta Rodan. Non Sveva, non Rossana e non l’unica storia che deriva da tutte queste storie.

“In poche pagine ha spiegato le cose come sono. Come in una serie di frame ha raccontato questa realtà”.

La violenza non ha età e ceto sociale e non dipende dal livello culturale.

Poi la volta di Greta, l’autrice del libro che raccontando di Sveva, di Rossana e delle altre squarcia il velo dell’omertà sui tribunali per le donne vittime di violenza. “Il tribunale popolare isola le donne vittime di violenza – ha sostenuto- caricandole di sensi di colpa. Nei tribunali ordinari una donna è costretta a raccontarsi in un’ aula a porte aperte. Subendo una vittimizzazione secondaria”.

Non sono altro che i tribunali del patriarcato. Il grande nemico invisibile molto spesso descritto in questa serata di inizio dicembre.

Per la giornalista Lucrezia Cicchese scuole e politica non possono da sole fare nulla se non esiste l’ esempio delle famiglie da cui i bambini devono attingere per crescere.Poi regala una sua recensione al libro.

“Un minuto prima di chiudere la valigia della nostra vita, dovremmo fermarci e guardarci dentro. Cosa contiene quella valigia? Ci sono abitudini che abbiamo imparato a sopportare, silenzi accettati per paura di spezzare equilibri, compromessi che ci hanno fatto dimenticare chi siamo. Ogni oggetto che vi troviamo racconta una storia: una giustificazione data a chi ci ha ferito, un’occasione persa per ribellarci, un sogno messo da parte perché qualcuno ci ha convinte che non era il nostro posto. E poi c’è il cappotto più pesante di tutti: l’abitudine a non sentire più. È quel momento in cui la violenza diventa invisibile, perché abbiamo smesso di riconoscerla. Quando parole che feriscono ci sembrano normali. Quando controllo e possesso si travestono da amore. Così, la valigia diventa talmente pesante da sembrare insostenibile, eppure continuiamo a portarla, convinte che non ci siano alternative. Ma un’alternativa esiste. Possiamo fermarci, aprire quella valigia e iniziare a svuotarla. Possiamo liberarci degli abiti sbagliati, dei compromessi soffocanti, delle abitudini che ci hanno rese prigioniere.La violenza sulle donne non è un problema che riguarda solo le vittime, ma tutti noi. Greta Rodan, con il suo romanzo, ci invita a immaginare un futuro diverso: un futuro in cui ogni donna può camminare libera, con una valigia leggera, riempita solo di rispetto, amore sano e sogni da realizzare. Allora, non aspettiamo l’ultimo minuto prima di chiudere quella valigia. Fermiamoci ora. Guardiamoci dentro e iniziamo a lasciare andare tutto ciò che non ci serve più. Solo così possiamo costruire una società in cui ogni donna sia davvero libera di essere se stessa, senza compromessi e senza paura”.

Patriarcato? Sì ma anche qui non nominato. I sensi di colpa infatti sono le armi del Patriarcato che colpiscono le donne inermi e intrise.

Per chiudere un uomo, colui che con Corecom e ordine dei giornalisti deve dare una mano: il presidente Vincenzo Cimino.Ci parla di quello che le giornaliste e i giornalisti devono fare per tutelare le donne vittime di violenza.

“Le descrizioni vanno fatte in un certo modo grazie a delle delibere Agcom che nel passato non tutelavano le donne e ora sì. Bisogna evitare l’ effetto emulazione e spettacolarizzazione. L’immagine della donna vittima va descritta senza dettagli fisici che possano colpevolizzarla e rivittimizzarla. Oggi non si può dire dove sta la donna rifugiata. Bisogna fare attenzione alle descrizioni che possono incidere sullo sviluppo armonico del minore. Nel 2023 600 casi di suicidio a causa del revenge porn. Un dato drammatico che deve far riflettere. Le immagini delle chat private? È un reato diffonderle e questo si deve sapere”.

Giornalismo femminista? Sì perché sono molte regole recepite dal manifesto di Venezia in favore delle vittime di femminicidio nel racconto giornalistico. Lotta al patriarcato quindi. Ma non si nomina perché in Molise forse è meglio così se si vuole sensibilizzare contro la violenza.