Controcultura: I versi epidermici di Greta Rodan in Merìcula, la nuova silloge poetica edita da Macabor Editore

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I versi epidermici di Greta Rodan in Merìcula, la nuova silloge poetica edita da Macabor Editore

Nell’ora della nostra vita
In un imprecisato anno
Sarò anche io perdonata
Per essermi commossa e troppo
Per ogni bestia ferita
Per ogni declinazione umana
Che ho creduto stonata
Per essere nata
Un giorno in cui l’aria mancava.

Prefazione di Anna Maria Di Pietro

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Nascono dai rovi le poesie di Greta Rodan, come la merìcula, la mora in dialetto molisano, figlia delle spine, frutto selvatico e prelibato che si offre a colui che riesce a vederla, al viandante lento che la sa cogliere senza paura di farsi male. Versi epidermici che giungono con la parola “vestita” di nudità, e lievi s’insinuano sottopelle fino a raggiungere le viscere, in profondità, quella dell’anima, in un viaggio di vertiginosi tornanti, leccando le ferite e recuperando brandelli di sogni da ricucire.
Come in un rosario laico, l’autrice sgrana pezzi di vita al ritmo di emozioni contrastanti, in un caleidoscopio di immagini, ricordi, profumi, sapori, colori, suggestioni, producendo versi che arrivano dolci, amari, ferrigni, urlati o sommessi, sconnessi, a volte, per vomitare la rabbia, sporchi di dolore ma sempre veri, squarciati, strappati e poi ricomposti, in mille pezzi e poi a formare ghirlande odorose, proprio come gli stati d’animo che dipingono.

Allora, si avvicendano notti senza poesia, infiniti “giorni contro”, il sapore di menta che arriva forte, le mandorle amare, il freddo, il tempo senz’Amore, e quello dell’amore distorto che da sempre condanna. Di contro, irrompe la malinconia benevola, che l’autrice invoca come in una preghiera senza dogmi, per ritornare con il pensiero al tempo bello, al posto buono, alle radici, al profumo del niente che era il tutto, ai piatti e ai gesti semplici, alla «nenia antica», ai giorni di «inattesa bellezza», a contrastare le cose rotte come le promesse non mantenute. E forte è il credo per gli elementi naturali: il volo di un calabrone, le vibrazioni di un albero, il sentire la terra sotto le suole, il ritorno delle rondini, il miracolo delle lucciole, le stelle cadenti, tutte meraviglie del Creato che non ingannano ma confortano.

È uno sguardo laterale verso il margine, quello dell’autrice, rivolto alle cose piccole e ignorate, all’essenziale, ai reietti, agli ultimi, una lente d’ingrandimento sulla fragilità, la sua, ma mescolata a quella dell’altro. Una fragilità che la poeta non condanna ma accarezza, a cui dà una possibilità in una società che spinge a essere infrangibili, efficienti, senza debolezze, accogliendola tra le braccia, per alleviare, con il balsamo poetico, le ferite che ancora bruciano, con il tatto morbido di un gatto nero.
E nell’ultima poesia, Greta, sorella di tutte le donne, si schiera contro la violenza di genere, argomento che da sempre le sta a cuore, fermando la mano pesante, il pugno sferrato, rimandando al diretto interessato quel senso di colpa e di vergogna che ogni vittima ha ereditato da un atavico testamento morale.

Come nelle stazioni abbandonate, dove non arrivano più treni e cresce l’erba sui binari, e in cui le uniche parole sono quelle delle scritte sui muri, Greta Rodan si mette all’ascolto per sentire quello che ha ancora da dire la desolazione, ed è lì che la speranza rinasce, e con la consapevolezza rifiorisce a vita nuova in una poetica che è partigiana solo del vero e del bello oltre il dolore, in componimenti di versi sciolti al vento, senza titolo affinché ogni lettore apponga il suo quando trova il paesaggio interiore che più gli appartiene, e in cui chi scrive chiede solo libertà per sé e per tutti, perché, in fondo, la vita offre sempre altri fogli bianchi per essere riscritta con altri colori. Basta guardare al di là del grigio e della nebbia, verso luminosi orizzonti celeste polvere.