Senza titolo

Contro la narrazione tossica e contro una cultura che non accetta il termine femminicidio
di Anna Maria Di Pietro
Non ci sono femminicidi che colpiscono più di altri, perché a guardarli da vicino, riflettendo, hanno tutti la stessa matrice: uomini che uccidono donne che li rifiutano.
Eppure, dinanzi all’orrore sempre uguale, che scatena rabbia e sconcerto, c’è sempre il racconto empatico: “era un bravo ragazzo”, “era educato, salutava sempre”, “studiava”; o quello romantico: “si è trattato di un raptus, la amava, le preparava i biscotti”, e altre frasi sconnesse dalla realtà.
E spesso, questa narrazione distorta parte dai titoli che recitano il nome delle vittime come protagoniste e non quello degli uomini che le hanno uccise, come se il femminicidio fosse un problema delle donne, quando invece riguarda gli uomini, che però non se ne occupano. Forse bisognerebbe cambiare prospettiva, ribaltando le posizioni, per far comprendere l’origine del male, arrivando a un sistema culturale, sociale e politico che permette il reiterarsi in maniera regolare di un femminicidio ogni tre giorni. Femminicidio, termine che secondo i “ben pensanti” è inutile, quasi sovrabbondante, perché basterebbe il termine omicidio. Ma non è così, perché il femminicidio è l’uccisione di una donna in quanto donna, e ha alla base la matrice patriarcale. È importante chiamare le cose con il proprio nome; tutto parte dalle parole e da come le cose vengono raccontate, e chi scrive ha la responsabilità di scatenare riflessioni che portano alla formazione di opinioni precise.
Non si tratta, dunque, di un’emergenza ma di qualcosa di strutturale, incarnato, che va sradicato attraverso un lavoro di demolizione e rieducazione. In un panorama fallimentare, che purtroppo parte dalla famiglia e arriva a uno Stato che rifiuta un cambiamento culturale, pensando che l’unica soluzione a contrasto del fenomeno sia l’inasprimento delle pene, l’inserimento nelle scuole dell’educazione sessuo-affettiva appare l’unica strada percorribile per favorire relazioni sane, basate sul rispetto e sul consenso, prevenendo abusi, sopraffazioni e violenze attraverso una piena consapevolezza.
E non si comprende il perché in molti si scagliano contro questa proposta, ritenuta inutile e offensiva nei confronti dell’istituzione famiglia. La scuola da sempre insegna e permea, formando generazioni di uomini e donne, è da sempre il luogo delle relazioni e può intervenire per abbattere una cultura malsana a favore di una cultura del rispetto.
È urgente intervenire, lo diciamo a gran voce, unendoci alle tante donne scese in piazza nei giorni scorsi per protestare, ancora una volta, già sapendo che non sarà l’ultima, perché in piazza non scendiamo solo per la parità ma, addirittura, per rivendicare il primo diritto, quello alla vita!


