L’opinione della direttrice: femminicidio e mainstream, ecco perché i giornali preferiscono raccontare le storie delle più giovani

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La narrazione mainstream riguardante il femminicidio induce a una seria riflessione: il caso per interessare per tanti giorni tutte o quasi le testate nazionali deve avere una vittima, la donna uccisa, che deve essere prevalentemente giovane.

Meno anni ha e più esiste la possibilità che chi si occupa di femminicidio tenga alta l’ attenzione anche ad anni dalla scomparsa.

I casi di Ilaria Sula e Sara Campanella, le ultime vittime di femminicidio che hanno catturato l’ attenzione del mainstream ci parlano di vittime di appena 22 anni, entrambe studentesse universitarie e a un passo dalla laurea, la prima uccisa dall’ ex ragazzo e la seconda da uno spasimante mai corrisposto.

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Anche Giulia Cecchettin era giovanissima e a un passo dalla laurea quando Filippo Turetta la ha massacrata con 75 coltellate. Che tuttavia non sono state giudicate crudeltà dalla Corte di Appello di Venezia, perché ha ritenuto Turetta un ragazzo inesperto di armi.

Giovane era anche Giulia Tramontano, la donna uccisa dal suo ex al settimo mese di gravidanza. Come giovanissima, appena 13 anni, era Yara Gambirasio, tornando con la memoria al novembre 2010. Volendo andare ancora più a ritroso troviamo Chiara Poggi, 26 anni, per la quale è stato riaperto parzialmente il caso pur restando Alberto Stasi per ora l’unico colpevole condannato.

Tutte giovani, lo era anche Romina De Cesare, di Cerro a Volturno. Il suo ex Pietro Ialongo non ha ancora ottenuto la condanna definitiva.

L’isernina Stefania Cancelliere di anni ne aveva 39 ed era mamma di tre figli. Anche il suo caso ha superato i confini regionali.

Ma andando a memoria, senza consultare elenchi o wikipedia, ci è difficile ricordare una vittima di 50 o di 60 o 70 anni.

Quando una donna più anziana viene uccisa ci si limita all’articolo di cronaca sull’omicidio e l’ andamento processuale spesso lo raccontano solo i media locali del territorio di appartenenza delle vittime.

Ci sono le loro foto nei report annuali sui femminicidi diffusi dalla polizia e dalle associazioni. Ma spesso a quella foto è difficile anche associare il nome esatto della vittima. Questo perché le storie delle donne anziane fanno meno empatia. Forse perché delle giovani gli assassini ammazzano anche il potenziale materno che le ragazze avevano.

Mentre le più anziane o hanno già assolto alla loro funzione generativa, o pur non avendolo fatto non potevano rimediare nel futuro.

L’ anziana forse ha già vissuto la sua vita? Probabilmente sì, ma nessuno ha il diritto di decidere di toglierle la vita.

Nemmeno a 80 anni perché è diventata inferma e suo marito è stanco di occuparsene. E nemmeno se il compagno ha perso il lavoro, non ha la forza o la voglia di riprendere a vivere e decide di uccidersi e uccidere anche lei, magari a 50 o 60 anni.

E ci sono donne che muoiono ammazzate dopo 30 anni di violenze continue da parte del marito o del compagno. Hanno meno dignità di una ragazza di 20 anni?

In Italia sì ma già in Francia no. Gisele Pelicot di anni ne ha 74 ma la crudeltà delle violenze subite hanno smosso i media francesi e internazionali facendola diventare il simbolo mondiale della lotta alla violenza sulle donne.