Ventitre anni di giornalismo, perché lo adoravo ieri e non amo la figura del “giornalista moderno”

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Il primo ottobre di quest’anno, per chi dirige questa testata, è scoccato il 23esimo anniversario dalla prima volta che ha messo piede in una redazione.

Ventitré anni che sembrano un’era geologica se si pensa a come sta cambiando velocemente questa professione. In Tv ma anche nei giornali cartacei e nelle radio le notizie nel 2003 arrivavano via fax. Comunicati stampa, quindi, che vuoi o non vuoi andavano rivisti. E molto spesso col senso critico del giornalista.

E, se si trattava di politica, anche seguendo la linea editoriale. Esistevano poi le conferenze stampa, le fotografie e le domande sul posto se si parlava di nera. Ogni giorno, ogni 90 minuti, si faceva il giro di cronaca per sapere di incidenti o di omicidi.

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Si confezionava il TG e si andava in onda. E nel caso della carta stampata si impaginava, quasi sempre con l’aiuto del grafico, e si chiudeva l’edizione massimo alle 22. Tranne in casi eccezionali.

Questo era ieri. Per stabilire il successo o meno di una testata o di un TG si guardavano gli ascolti o le vendite. Solo con l’avvento delle e mail, arrivate qualche anno dopo, i comunicati stampa sono arrivati in forma elettronica. E mentre nei giornali di qualità si continuava a scrivere di pugno, in quelli dove i giornalisti a lavoro diventavano sempre più pochi, ha preso piede una nuova moda: il copia e incolla. Ma sempre tenendo conto dello spazio.

La vera informazione in serie, almeno nei giornali locali, nasce con l’avvento del web. Nelle testate come la nostra lo spazio per comunicare la singola notizia è illimitato. La guerra dei clic anche tra una testata e l’ altra, quindi il copia e incolla è diventato selvaggio. Specie sempre per chi si avvale di pochi collaboratori. Ma spesso anche chi ne ha di più e vuole produrre più di cinquanta articoli al giorno.

Fin qui una sintesi della situazione. Non mi piace questo “giornalismo moderno”. Soprattutto per la contrazione di posti di lavoro. Se con il copia e incolla basta un solo redattore per far passare 30 notizie al giorno, è chiaro che non si assumono più di 15 tra giornalisti e collaboratori, come quelli presenti nelle testate cartacee di un tempo.

Il lavoro si contrae anche perché ormai si pretende da una sola persona che sappia trovare la notizia, scriverla correttamente, scattare una bellissima foto a corredo, girare anche un bel video. Non basta questo. Poi bisogna che la stessa persona sappia anche impaginare correttamente nel desk dell’online scaricando i video e montandoli ad arte.

Cose che per il giornalismo classico avevano bisogno di più professionalità: il giornalista che scriveva i testi, quello che scattava fotografie, quello che riprendeva le immagini e stava dietro al giornalista televisivo durante le interviste e anche il grafico che lavorava insieme al giornalista di carta stampata prima dell’invio della copia del giornale in tipografia. Si tratta di 4 professionalità riassunte in una persona. E il desk? È tutto nuovo e appartiene tutto al giornalismo on line. Corrisponde al redattore o al titolista del vecchio giornalismo. Oggi lo fa chi fa già tutto il resto.

È questo il motivo principale per cui non amo il giornalismo moderno. Non lo amo ancor di più dopo l’avvento dei social. Ai più si chiede di verificare la notizia in tempi molto più brevi. Altri questo passaggio lo saltano completamente. Pensando soltanto a velocizzare al massimo la trasmissione della notizia. Per avere lo “scoop” farlo girare velocemente per attirare follower e lettori.

Ma lo scandalo maggiore è che il nostro lavoro alcuni non lo chiamano più articolo, foto, ripresa e desk. Lo chiamano “prodotto della comunicazione giornalistica”. Un qualcosa che non sa più di professione intellettuale, come si vedeva anche 15 anni fa la professione giornalistica, ma di qualcuno che deve soltanto produrre qualcosa che deve essere venduto per essere apprezzato, attrarre follower che successivamente dovrebbero portare pubblicità nei giornali online.

Meglio, a mio avviso, mettere qualche contenuto a pagamento. Come già fanno in larga scala le testate nazionali più importanti.

È giusto che chi si vuole informare paghi anche per farlo. Come succedeva quando le testate cartacee erano in vendita. Il prodotto che viene fruito gratuitamente non viene letto fino alla fine. Rendendo quasi inutile il lavoro del giornalista moderno. Ricordo ancora mio nonno quando acquistava una copia del suo quotidiano preferito. Leggeva tutti gli articoli con la lente di ingrandimento. Il rito della lettura del giornale, quando era pensionato, durava anche un paio d’ore. Con nonna che diceva a noi nipoti: non lo disturbate sta leggendo il giornale.

Ora un clic, dieci secondi di lettura e si passa oltre. Se quella lettura la paghi leggi tutto. É quasi scontato. E allora perché Controvento consegna al lettore i propri contenuti gratuitamente? Perché finora abbiamo puntato a rendere il giornale più conosciuto, piegandoci alle logiche del giornalismo moderno. E anche perché in Molise, tranne i colleghi dell’Ecoaltomolise, nessuno si è spinto fino a questo punto. Nel futuro non si sa mai.

Non mi piace la logica dei like. Scrivere qualcosa dovendo per forza pensare se diventerà popolare o meno. Nei giornali vecchi si pensava alle vendite. Ma nessuno mai ha rinunciato alla missione di fare cultura per essere popolare.

In 23 anni è tutto cambiato. Per me in peggio. Stiamo perdendo la funzione culturale e di informazione che il giornalismo dovrebbe avere. Prodotto della comunicazione giornalistica? I colleghi di 100 anni fa si girerebbero nella tomba.