Parità tra uomo e donna? Da Cerro al Volturno arriva il messaggio: resta un sogno in Molise tra cultura da sradicare e istituzioni da conquistare

Il sogno della parità tra uomo e donna a 80 anni dalla prima volta che alle nostre nonne è stata data la possibilità di scegliere: monarchia o repubblica. Fu il giorno che per la prima volta 21 donne entrarono nel parlamento per scrivere la nostra Costituzione.
L’occasione per ricordarlo lunedì pomeriggio a Cerro al Volturno. Grazie a una iniziativa che parte da uomo: il Consigliere Comunale Gabriel Paolone. Il sindaco Remo Di Ianni ha concesso la sala e ha fatto i saluti istituzionali.
Al tavolo delle relatrici la vicepresidente della provincia di Isernia Linda Dall’olio, la consigliera regionale Micaela Fanelli. Moderati dall’avvocata Iulia Iemma, prima lo storico Giuseppe Iglieri e poi le sindache Marialuisa Forte per Campobasso, Carmelina Genovese per Gambatesa, Carla Caranci per Castelpizzuto, Maria Antenucci per Pesche, Michela Cerbaso assessora di Agnone, Nicolino Del Bianco assessora di Isernia e Elena Grance consigliera comunale di Macchia di Isernia.
Proprio l’intervento della consigliera regionale Fanelli ha fatto riflettere. Ci ha ricordato che in Molise, unica regione in Italia, non c’è nessuna donna in Giunta regionale e ci sono tre donne su 20 in consiglio regionale.
Un dato che porta a una riflessione. In Molise esiste il doppio voto per le regionali e per i comuni al di sopra dei 5mila abitanti. Si può scegliere di votare un uomo e una donna.
Le liste nel 40% devono essere composte dal sesso meno rappresentato ( sempre le donne). Ma poi ci sono poche donne elette. Come mai? Troppo spesso, e parliamo sempre della Regione, a parte il Pd che ne ha elette due, gli altri partiti non candidano donne forti che abbiano voti e forza per entrare nelle istituzioni. Le cosiddette “trombate” vanno poi a finire nelle commissioni, inutili orpelli della parità di genere, da dove non riesce a partire nemmeno una proposta di legge per imporre la presenza femminile in Giunta regionale. Non aiutano donne come Meloni che hanno sfondato il tetto di cristallo, se poi il parlamento ha il 35% di donne all’interno di Camera e Senato. Tornando al Molise ci vorrebbero forse meno commissioni dove si fanno solo chiacchiere, e più leggi che assicurino la presenza femminile in Giunta. Chiediamo come testata a Fanelli e Salvatore di farsi portavoce di questa conquista.
Ci colpisce anche quanto ha dovuto rivendicare la sindaca Forte. Il linguaggio di genere. L’essere chiamata sindaca e non sindaco.
Una cosa che troppo spesso viene ancora definita una “boldrinata” per fare in modo che i ruoli apicali vengano, almeno nell’immaginario dei più, pensati ancora al maschile.
La sindaca Genovese, sempre raccontando la sua esperienza personale, è andata ancora più indietro. A quando nelle cancellerie del tribunale veniva chiamata “signorina” mentre al maschio veniva riconosciuto il ruolo di avvocato. Ce lo ricordiamo anche nel mondo della scuola: professore e signora. E poi la sindaca che litiga con la zia maestra quando le dice: caspita cosa è stata capace di fare una donna.
Sono tutte piccole cose che fanno pensare: la parità, almeno per il momento, in Molise come in Italia resta ancora un sogno. Anche dietro a conquiste come diritto di voto, diritto di essere elette e diventare amministratrici. Perché dietro a tutto c’è ancora la cultura che ci vede come portatrici assolute del ruolo di cura. Qui un altro intervento di pregio della Genovese: il ruolo di mamma non deve predominare su quello di padre. Basta a questo assolutismo nelle famiglie.
Ce la faremo nonostante siamo più istruite e meno pagate degli uomini a conquistare questa parità? Se lavoriamo tutte insieme senza competizione. La strada resta comunque ancora lunga, forse lunghissima.


