Molise, il modello antiviolenza che rischia di essere snaturato

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Stanno tornando d’attualità i temi legati ai centri antiviolenza in Molise. Ricordiamo il lontano 2015 quando, era presidente della Regione Paolo Di Laura Frattura, quando davanti alla Regione Molise ci fu una manifestazione di tutte le donne molisane, che protestarono contro la mancanza di cav in Molise, nonostante la legge antiviolenza scritta dall’ allora presidente della IV commissione, Nunzia Lattanzio.

Ora a dieci anni dell’istituzione del primo Cav (Befree), si rischia di perdere quanto costruito negli ultimi dieci anni. Nella scorsa settimana c’ è stata una proroga di appena due mesi per la gestione dei servizi, affidati ancora una volta all’ Ats di Campobasso. Questo fino al 30 ottobre. Quello che accadrà dopo è tutto da vedere.

Il Molise, lo ripetiamo, era l’ultima regione d’Italia a non avere case rifugio e centri antiviolenza. Poi, dieci anni fa, finalmente qualcosa è cambiato. Benchè fosse arrivata per ultima, grazie alla professionalità e all’attenzione che le amministrazioni regionali e comunali hanno dedicato a questo settore, la Regione ha potuto sperimentare un modello unico: i centri sono stati integrati in una rete regionale solida, inseriti nei servizi territoriali e messi in connessione tra loro. Un sistema pubblico raro in Italia, con una sola governance qualificata, costruito per garantire uniformità, qualità e continuità.

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Questi presidi, certi, sicuri e gratuiti, hanno rappresentato per la prima volta in Molise un punto di riferimento stabile. Hanno dato alle donne, anche a quelle dei paesi più periferici, la possibilità concreta di salvarsi: di uscire dalla violenza, di proteggere se stesse e i propri figli. Un presidio non soltanto sociale, ma culturale e politico.

A gestirli, le operatrici di Befree, organizzazione composta da professioniste che da decenni lavorano nell’antiviolenza. Donne con un lungo percorso di militanza e di competenza, che non hanno bisogno di rivendicare anni di esperienza per dimostrare la loro autorevolezza: la loro storia parla da sé.

Oggi però questo patrimonio rischia di essere messo in discussione. A rischio non ci sono solo i servizi, ma la stessa identità dei centri antiviolenza: le pratiche femministe che li hanno fondati, l’accoglienza tra donne, la sorellanza, il lavoro culturale sulle radici patriarcali della violenza. Una narrazione sbagliata, non consapevole, stereotipata e convenzionale rischia di cancellare tutto questo, rendendo i centri confusivi e snaturandone la funzione.

E in Molise, invece di consolidare un modello riconosciuto e funzionante, emergono iniziative che suscitano perplessità: dalla presidente di un centro che sfila a Miss Italia dedicando la fascia “alle donne vittime di violenza”, fino a un prete-psicologo influencer che inaugura una casa rifugio. Esperienze che rischiano di confondere, banalizzare e distorcere il senso dell’antiviolenza.

Per questo è fondamentale che le amministrazioni che governano questo sistema abbiano cura della sua storia e la lungimiranza di tutelare un modello che ha prodotto risultati concreti e utili per le donne molisane. È necessario che i centri continuino ad avere la loro identità e che non vengano mai piegati a strumentalizzazioni politiche.

L’antiviolenza non ha colore politico: riguarda tutte le donne, senza distinzione di ceto, religione, appartenenza o nazionalità. Il Molise deve continuare a fare rete in modo corale, senza confondere le pratiche femministe con logiche di partito e senza ridurre il patriarcato a un semplice slogan. Perché il patriarcato si nomina, si riconosce, si combatte. E non è né di destra né di sinistra.