Legge elettorale, meno donne e minoranze: così vuole Meloni il prossimo parlamento. Un appello al centrosinistra: candidare la metà di persone di sesso femminile tra i capilista

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Anno 1979 Nilde Iotti, all’ anagrafe Leonilde, veniva eletta per la prima volta presidente della Camera. È restata in carica fino al 1992. In totale 13 anni.

Basta guardare la fotografia che abbiamo pubblicato per capire: per una donna che era arrivata a infrangere il tetto di cristallo, ancora troppi erano gli uomini che realmente sedevano negli scranni del Parlamento.

Con il Melonellum, la legge elettorale approvata al Senato ma che ancora deve passare alla Camera, si rischia di tornare a 47 anni fa. Infatti oltre ad aver limitato il sistema delle preferenze (il capolista resta bloccato e votando la lista voti lui o lei a prescindere), è stato tolto l’equilibrio di genere tra i capilista. Ossia non più 60 e 40 come nelle elezioni del 2022. Ma un numero indefinito che potrebbe portare anche al 100% di capilista uomini. O donne? Quest’ultima è una evenienza che non succederà mai.

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Quindi è facile da immaginare che proprio i partiti di centrodestra, che hanno voluto questa legge, potranno limitare il numero di donne capolista. Alla sinistra non resterebbe quindi altro che presentare un emendamento alla Camera per tentare di salvare l’esistente. E qualora non ci si riuscisse, a rispettare questa regola internamente, nelle proprie liste elettorali. Magari candidando a capolista il 50% di donne e il 50% di uomini. Anche se la legge non lo prevede lo si potrebbe fare ugualmente. Basterebbe un poco di buonsenso.

Nella legge elettorale si prevedono tre preferenze alternate tra i non capilista. In Molise no.

Una deriva totalitarista ha la parte sulle firme che prevede un innalzamento da 1500 a 6000 firme per collegio per tutti i partiti non presenti in Parlamento. In Molise 6mila firme significa superare di gran lunga lo sbarramento che serve per essere eletti. Una legge elettorale quindi che andrebbe modificata. Se non vogliamo ritrovarci come nel 1979 o peggio. Si prevede un Parlamento di tutti uomini che fanno parte dei partiti più grandi. Peggio del 1979 senza una adeguata rappresentanza delle forze minori.

Andiamo a vedere come è finora strutturato il Melonellum.


PROPORZIONALE CON PREMIO – Il testo prevede un meccanismo proporzionale con premio di governabilità fisso di 70 deputati e 35 senatori a chi abbia ottenuto il miglior risultato se ha superato il 42% in entrambe le Camere. Al di sotto, o nel caso in cui Camera e Senato diano esiti elettorali diversi, si va alla distribuzione dei seggi con il proporzionale puro.

PREFERENZE – Via le liste bloccate, la riforma prevede la reintroduzione delle preferenze con un meccanismo misto: sulla scheda ci sarà una lista di 7 nomi – sotto al capolista bloccato (graficamente staccato dagli altri) – altri sei nomi accanto ai quali si può mettere la propria crocetta per esprimere fino a tre scelte con alternanza. Non è prevista, come invece accade nel Rosatellum, per i capilista una quota di genere 60 a 40.

INDICAZIONE PREMIER – Le liste e coalizioni devono indicare al momento del deposito del contrassegno il nome di chi proporranno come candidato premier al presidente della Repubblica e il programma. Nel testo si specifica la salvaguardia dell’articolo 67 della Costituzione che prevede l’assenza di vincolo di mandato e di quella dell’articolo 92 sulla prerogativa del capo dello Stato di nomina del Presidente del Consiglio.

TETTO SEGGI DI MAGGIORANZA – La legge individua un tetto per il numero dei parlamentari che si possono ottenere sommando quelli ottenuti a quelli del premio: si tratta di 220 deputati e 113 senatori.

SOGLIE DI SBARRAMENTO – Restano, per l’ingresso delle liste in Parlamento, le soglie di sbarramento previste dal Rosatellum: al 10 per cento per le coalizioni e il 3 per cento per le liste con il ripescaggio per il migliore coalizzato.

NIENTE SOGLIA PER CONTRIBUTO AL PREMIO – Nessuna soglia è prevista per contribuire al computo ai fini della cifra elettorale nazionale e dunque del premio di maggioranza.

FIRME ED ESONERI – Sale da 1.500 a 6mila il numero minimo di firme per collegio che chi non è in Parlamento deve raccogliere per correre alle elezioni. Resta esentato, come previsto nella legge attuale, chi ha due gruppi in Parlamento, così come, in base a una modifica introdotta alla Camera, chi ha almeno un gruppo formatosi entro il 31 dicembre 2025, come, ad esempio Italia viva e Azione. Per chi, come +Europa o FnV ha una componente in almeno uno dei due rami del Parlamento il numero delle firme da raccogliere resta come quello attuale tra 1.500 e 2mila a collegio. Per l’Estero (dove vengono richieste tra 500 e mille sottoscrizioni di residenti nell’area) è esentato chi ha almeno un eletto in uno dei due rami.

CIRCOSCRIZIONE ESTERO – Vengono ridotte da 4 a 2 (Europa ed extra Ue) le ripartizioni geografiche della circoscrizione Estero per la Camera e da 4 a una sola area per il Senato.

VOTO FUORISEDE, ANCHE PER I CARGIVER – La riforma rende possibile il voto fuorisede nel luogo in cui si è temporaneamente domiciliati da almeno 9 mesi (tre nel caso di persone che sono fuori dal Comune per cure) iscrivendosi entro 30 giorni dalla maturazione dei requisiti e ad almeno 45 giorni dalle elezioni nell’apposito Albo. Durante la discussione in Senato questa possibilità è stata estesa ai caregiver per i familiari o figli ricoverati in una regione diversa da quella nella quale si è iscritti nelle liste elettorali.