La superstizione, quel “sapere” tramandato che racconta i territori e le loro radici, tra riti ancestrali, richiami religiosi, magia e sogno

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di Anna Maria Di Pietro

Eduardo De Filippo diceva: “Essere superstiziosi è da ignoranti ma non esserlo porta male”.
La superstizione è da sempre motivo di dibattito perché è un fenomeno culturale complicato, che affonda le sue radici nella notte dei tempi, con rituali, anche articolati, che offrono alla mente umana una sorta di espediente per controllare l’incontrollabile, un potere, immaginario, tale da influenzare gli eventi.

Esistono credenze diffuse un po’ ovunque, come quella del gatto nero portatore di sciagura; altre strettamente legate a territori ben circoscritti, che di questi parlano e ne fanno conoscere anche le tradizioni, che spesso proprio alla superstizione si mescolano, fino a diventare una sola cosa.
E la credenza ha spesso una base religiosa, perché, in fondo, è sempre un “credere” in qualcosa che non si vede, e della religione ha anche l’intento di dover credere a una qualche forza superiore che intervenga per risolvere, dare spiegazioni, placare la curiosità umana, rianimare speranze e desideri nascosti.
E, ancora, con la religione condivide il rito, la litania, gli elementi utilizzati nel “culto”.
Ma la superstizione, che profuma spesso di folklore e sogno, è soprattutto “sapere” tramandato quasi sempre oralmente, attraverso racconti e, più spesso, pratiche e pratici esempi; è operazione culturale di un popolo, perché si assegna un significato condiviso e tramandato di generazione in generazione a un evento, un fatto, un animale, un periodo, un giorno, una circostanza ricorrente.

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Così, soprattutto nei piccoli centri, alcune storie restano indelebili nella memoria e per quanto ci si possa voler distaccare, “sanno di casa”, fanno parte di un patrimonio culturale che resta “nel baule” insieme alle lenzuola ricamate dalle nonne, troppo antiche per le esigenze moderne, ma anche preziose, da conservare e preservare.
Quando per i vicoli dei piccoli borghi molisani risuona il canto cupo della civetta, inevitabilmente il pensiero va a quel detto antico che recita “Beata la casa verso cui canta, triste la casa verso la quale guarda”, dando al volatile, simbolo della notte, una valenza positiva, portatrice di buone nuove, o negativa, portatrice addirittura di morte.
Il mal di testa? Ancora oggi ci si fa “incantare il malocchio”, quella pratica ancestrale he sarebbe in grado di fermare il mal di testa causato dalle occhiate invidiose di qualcuno, con un vero e proprio rito, quasi una magia: un piatto con acqua fredda, olio fatto scendere a gocce, a formare disegni che interpretati ad arte quasi rivelano l’identità dello iettatore, che più spesso è una iettatrice – più pallini formano, ad esempio, una collana o catenina, oppure degli occhiali – immediatamente bloccata da croci di fuoco e tagli di forbici. E, sarà per la suggestione, in molti affermano che il mal di testa passi.
E ancora, i parti legati alla luna piena, come la semina di alcune piante, che a guardar bene, hanno in comune la madre, la terra, l’humus. E guai a chi conserva il pane capovolto!

Al di là della superstizione, tutte queste credenze “raccontano” chi siamo stati e siamo ancora, le nostre radici, la praticità dei nostri antenati, quel loro sguardo capace di andare “oltre”, di immaginare. Una capacità che, forse, dovremmo recuperare.
E, sentendo il canto della civetta, scaramanzia o meno, corna e toccate di ferro a parte, chiudendo gli occhi, è bello riconnettersi con quella parte antica che ancora parla attraverso il canto di un uccello ammaliante.