La lebbra della vita, il senso della fede

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di Nicola Zagaria

Siamo tutti lebbrosi. Siamo tutti infermi. Siamo tutti guariti. Alla nascita, in primis, per mezzo dell’imprimatur del dono, non causale, della vita. Della nostra genesi. Della nostra eredità umana, familiare e generale. Generosa e gratuita. Dono di grazia e di misericordia. Sin dall’inizio. Che si concretizza nella previsione della vita sacramentale che, come corpo di quel Cristo, procede nel corso di tutta la vita terrena. I sacramenti altro non sono che eventi di quella grazia donata che ci fanno vivere di quell’essere Cristo, cioè cristiani. Eppure ci ammaliamo. Di continuo. Presi dalla caducità della nostra esistenza e della nostra essenza umana, siamo stai destinati ad un cammino perpetuo, che avrà tuttavia il suo termine. Ed è lì che ci viene donato ciò con cui, viceversa, dovremmo imparare a vivere, ciò a cui siamo destinati dopo la fine e la morte del corpo. Dobbiamo imparare a vivere di ciò che ci è stato da sempre donato. Dobbiamo imparare a vivere la personale vita spirituale. La nostra parte spirituale. Essa non è casuale. Non può che essere un dono di un Dio. Di un Dio che ci ha raccontato nel suo disegno l’umanità come parte di Sé. Che si è fatto Uomo per insegnarci ad esserlo. In una visione differente. Santificante. Non scontata né razionale delle nostre capacità cerebrali, eppure così complesse. Tanto da non riuscire a immaginare che siano concepite esse stesse come non casuali. Ma anch’esse un dono incredibile di un Altro, se non un Essere come Dio. Ci ammaliamo. Siamo infermi. Siamo malati nello spirito. Di continuo. Perché ci allontaniamo dalla nostra natura spirituale. Rifiutiamo di viverla. La rigettiamo. Rigettiamo quella natura divina che è in noi e pure ci è stata donata. Non vogliamo credere. Non ci lasciamo credere. Non vogliamo imparare a credere, liddove pure è dentro di noi. In quell’anima spirituale che è tutta la nostra essenza. E troppo spesso facciamo di tutto per farla morire. A volte, ogni giorno. A volte per sempre pensando che essa sia solo una fantasia moribonda con la nostra materia. Su dieci lebbrosi guariti tornarono a glorificare la propria vita nel nome del Signore uno soltanto, raccontano le Scritture. È così che pensiamo di vivere dunque il nostro personale pellegrinaggio terreno? Senza speranza? E nella fine della nostra materia? Oppure possiamo alimentare e far crescere quel barlume di Luce eterna che ci appartiene?
Oppure vogliamo vivere secondo la fede cioè la capacità di sentire ciò che è dentro di noi e cercarla con tutte le forze nella certezza di trovarla? Torneremo anche noi come quell’unico lebbroso guarito. E guariremo anche noi della lebbra della materia che ci offusca.