Irena Sendler: nome di battaglia “Jolanta”

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di Anna Maria Di Pietro

Una “storia d’amore” per i diritti, per la giustizia. Una storia che deve essere raccontata ancora e ancora: quella di Irene Sendler, che salvò 2500 bambini ebrei del ghetto di Varsavia.
Nata nel 1915, era figlia di un medico, appartenente al partito socialista polacco, che prestava gratuitamente cure alle persone bisognose della comunità ebraica, battendosi con coraggio contro ogni tipo di discriminazione, e che morì nel 1917 dopo aver contratto il tifo proprio per occuparsi degli ultimi.

La comunità ebraica, per estrema gratitudine, si prese a sua volta cura dei figli rimasti orfani, e così Irena poté studiare e frequentare anche l’università. E proprio in quest’ultima realtà venne fuori la sua anima ribelle, contraria a ogni ingiustizia, intuendo, con lungimiranza, il futuro sterminio: quando vide che gli studenti ebrei venivano costretti a seguire le lezioni separati dagli altri, Irena si sedette in mezzo a loro e, in seguito, prese parte alle manifestazioni pubbliche contro le discriminazioni razziali. Nonostante l’espulsione per qualche anno, dovuta proprio al suo fiero attivismo, si laureò diventando assistente sociale.

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L’intuizione di Irena divenne realtà quando i nazisti invasero la Polonia e nel ghetto di Varsavia furono deportati molti ebrei.
In quel luogo, anticamera della morte, entrò come assistente sociale e sanitaria occupandosi di malattie infettive, trovando i deportati in condizioni disumane: ammassati in ambienti angusti, malnutriti, malati, maltrattati. Ed è qui che inizia la sua storia rocambolesca, perché dinanzi a quello “spettacolo” raccapricciante, decise di agire: si unì alla Resistenza, entrando a far parte di Zegota, un’organizzazione clandestina che aiutava gli ebrei.
Così, Irena diventò “Jolanta”, nome in codice.

Irena si prendeva cura dei bambini del ghetto, sicuramente più fragili, e fece di tutto per salvarli dalla deportazione nei campi di sterminio, strappandoli a un destino segnato. Iniziò a farli uscire nascondendoli in ogni modo possibile, nelle valigie, nei sacchi, addirittura tra i cadaveri, falsificò i documenti, dando loro un altro nome, e li diede in custodia a famiglie fidate. Pensando al futuro ricongiungimento con le loro famiglie, scrisse il doppio nome, quello d’origine e quello della salvezza, su fazzoletti di carta che nascose in barattoli di marmellata, poi sotterrati nel giardino di un membro dell’organizzazione, sotto un albero di mele.

Qualche tempo dopo, fu scoperta e, nonostante le atroci torture, non parlò; Irena non confessò neppure quando fu condannata a morte; condanna da cui si salvò perché l’esecutore venne corrotto, e lei dovette vivere sotto falso nome, proprio come i piccoli angeli che aveva salvato.
Il suo coraggio, la sua tempra furono ripagati quando, finita la guerra, grazie a quei fazzoletti nascosti nei barattoli, molti bambini poterono riabbracciare le loro famiglie.
Nonostante tutto, Irena portò nel cuore, fino alla morte, avvenuta nel 2008, un rammarico: quello di non aver fatto abbastanza. A dimostrazione della immensa umanità di una “buona disobbediente”.

La sua storia, intrisa di umanità, fu scoperta anni dopo, e nel 1965 è stata riconosciuta “Giusta fra le Nazioni”, ricevendo, nel 1991, la cittadinanza onoraria di Israele. Nel 2010, per onorarne il ricordo, è stata inserita nel “Giardino dei Giusti del Mondo” di Padova.