Il manifesto politico di Matteo Fallica e Vannacci: il piu grande regalo che gli può fare la sinistra è parlarne ossessivamente

Che cosa significa oggi essere di sinistra? Quali sono le sfide che il progressismo italiano deve affrontare in una fase segnata dall’ascesa dei populismi, dalla crisi della rappresentanza e dall’affermazione di figure divisive come Roberto Vannacci? Da questi interrogativi prende le mosse la conversazione con l’avvocato Matteo Fallica, segretario del Circolo di Sinistra Italiana di Campobasso. Un’intervista ampia e senza sconti, nella quale si affrontano i temi dell’identità della sinistra, dei diritti civili, dell’immigrazione, della sicurezza, del ruolo dell’opposizione e delle trasformazioni del dibattito pubblico. Un confronto che va oltre la cronaca politica per riflettere sul presente e sulle prospettive di un’area politica chiamata, secondo Fallica, a ritrovare una propria autonomia culturale e progettuale.
Vannacci viene paragonato a politici del passato. Secondo lei è più simile al Mussolini degli anni venti del secolo scorso, o al primo Beppe Grillo?
La domanda è suggestiva ma mi permetta di rovesciarla: i paragoni storici, se fatti male, rischiano di nobilitare ciò che non lo merita. Mussolini aveva una visione organica, tragicamente coerente e terribilmente efficace del potere. Grillo aveva intuizioni genuine sul malaffare della casta e ha sostenuto istanze importanti. Vannacci non ha né l’una né l’altra cosa. Stiamo parlando di un un giovane pensionato dell’esercito. Si vanta di aver riunito la feccia, compresi transfughi, pistoleri, ex galeotti… e questo sarebbe un uomo d’ordine e sicurezza? È il prodotto di un algoritmo social che premia la provocazione e punisce la complessità. Parla di lealtà e appena girato l’angolo ha tradito le lega e i suoi elettori senza dimettersi dal parlamento europeo: il solito arcitaliano che si spaccia per salvatore della patria Detto questo, attenzione: anche Mussolini, agli occhi di molti negli anni Venti, sembrava una macchietta.
Quanto le idee estremiste di Vannacci devono veramente preoccupare gli italiani? Tutto vero o tutta una boutade alla ricerca di posti in parlamento?
Le sue idee in sé? Poco. Sono idiozie con le stellette. Un uomo che sostiene che i bambini disabili debbano stare in classi separate, che gli omosessuali non siano “normali” è chiaro che non stiamo parlando di “posizioni politiche”, ma è la fotografia di una mente ferma al Ventesimo secolo, pagina uno. Il problema vero non è Vannacci: è il vuoto politico e culturale che lo ha reso possibile. Quando milioni di persone si sentono abbandonate, senza reddito, senza prospettive, senza rappresentanza e qualcuno arriva e indica il nemico con il dito — lì nasce il pericolo reale. È furbo: si candida a fare l’ago della bilancia, prima delle elezioni si intrupperà nel centrodestra in cambio di generosa ricompensa. Lo sappiano i delusi da Meloni e Salvini.
La sinistra come si deve comportare in merito a questo fenomeno “Vannacci”? Meglio affrontarlo viso a viso o ignorarlo?
Permettetemi una franchezza: parlare ossessivamente di Vannacci è il regalo più grande che la sinistra possa fargli. Ogni dibattito che gli dedichiamo è un bonifico gratuito sul suo conto politico. Lui vive di ossigeno mediatico. La sinistra deve fare l’esatto contrario. Deve tornare nelle piazze vere, non in quelle virtuali. Deve tornare a parlare di salari, sanità pubblica, scuola, casa. Deve essere così concretamente presente nella vita delle persone da rendere figure come Vannacci irrilevanti. La risposta al populismo non è l’anti-populismo: è la politica. Quella vera, quella che affronta e risolve i problemi delle persone. E oggi questo non sta accadendo. La sinistra dovrebbe rappresentare un’alternativa credibile, ma si sta confondendo. Ha perso la propria narrazione, la propria identità. Io sogno un’alternativa non a questa destra, della quale non voglio nemmeno parlare, ma a questa sinistra, sempre più complementare e subalterna e si confonde con la destra. Usa il suo linguaggio, il suo comportamento… Per fare un esempio concreto: a Campobasso abbiamo un’amministrazione comunale di centrosinistra, mentre il presidente del Consiglio comunale appartiene a Fratelli d’Italia. Ci sono consiglieri comunali che arrivano a percepire circa 3.000 euro al mese solo per la partecipazione alle commissioni consiliari. Com’è possibile svolgere 53 commissioni in un mese? E a livello regionale? La sinistra è all’opposizione, ma dov’è? Di cosa parla? Quali battaglie sta conducendo? La sinistra dovrebbe semplicemente tornare a fare la sinistra. Dovremmo iniziare a immaginare un “mondo migliore”, come dice Vasco Rossi.
Ogni populismo punta sempre dritto addosso ai più deboli: donne, omosessuali e immigrati. Considerando che in quattro anni di governo Meloni nessun calo dell’immigrazione abbiamo visto, quanto le teorie di Vannacci e i suoi exploit sulla remigrazione aiuteranno davvero a migliorare il problema sicurezza in Italia?
Quattro anni di governo Meloni — che ha fatto dell’immigrazione il suo cavallo di battaglia assoluto — e i numeri non si sono mossi nella direzione promessa. Questo non è un’opinione: sono i dati. La “remigrazione” di Vannacci è una fantasia giuridicamente impraticabile, eticamente ripugnante e politicamente fraudolenta. Serve a una cosa sola: indicare un capro espiatorio per problemi strutturali che il centrodestra non vuole e non sa affrontare — disoccupazione, periferie abbandonate, welfare smantellato. La sicurezza si costruisce con la coesione sociale, con investimenti nelle comunità, con una magistratura indipendente e ben finanziata. Non con le deportazioni da fantascienza.
Gli omosessuali possono anche guidare la macchina, lo ha detto Vannacci. Quanti pride occorrono per mettere la comunità Lgbtquia+ in una posizione di effettiva parità con la comunità eterosessuale?
“Gli omosessuali possono guidare la macchina” — detta con il tono condiscendente di chi concede un favore. Questa frase da sola vale mille analisi: rivela una visione del mondo in cui la dignità altrui è una concessione, non un diritto. La parità non si misura in Pride — i Pride sono una risposta, non una richiesta di permesso. La parità si raggiunge quando una coppia omosessuale ha gli stessi diritti legali, fiscali, adottivi di una coppia eterosessuale. Quando un adolescente gay non ha paura di andare a scuola. Quando un lavoratore non viene licenziato per il suo orientamento. Siamo lontani. E finché governi come questo bloccano il riconoscimento delle famiglie arcobaleno, ogni Pride è anche e soprattutto un atto politico necessario.
È di questi ultimi giorni un dato fatto emergere da Vannacci. Nei paesi in via di sviluppo dove è riconosciuto il reato di femminicidio muoiono per mano di un uomo che diceva di amarla. Secondo lei questo riconoscimento, voluto dal Governo Meloni, aiuta davvero le donne?
Il riconoscimento giuridico del femminicidio è un passo importante, sarei disonesto a negarlo. Ma attenzione a non trasformarlo in un trofeo da esibire mentre si smontano i centri antiviolenza con i tagli ai fondi, mentre si indebolisce il reddito di cittadinanza che per molte donne era l’unica via di fuga economica da una relazione violenta, mentre si alimenta culturalmente, anche con le uscite di Vannacci, un immaginario in cui la donna è “naturalmente” in un ruolo subalterno. La legge è lo scheletro. La cultura è la carne. E questa destra costruisce leggi con una mano e alimenta la cultura del dominio maschile con l’altra. Le donne italiane lo sanno. I numeri purtroppo invariati lo confermano.


