Da Capracotta a Campobasso passando per la sua vita di Milano: Antonio D’ Andrea propone il matriarcato per la soluzione dei problemi che portano alla guerra

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Alla manifestazione in favore del popolo palestinese in occasione della partenza della Global Sumud Flotilla c’eravamo anche noi di Controvento. Non come semplici giornalisti che riportano una notizia come un’ altra.

Ma credendo che gli aiuti umanitari devono arrivare alle popolazioni già martoriate dal genocidio che sta mettendo in campo Israele in una guerra che dura da decenni.

In questa giornata di attivismo abbiamo incontrato Antonio D’ Andrea. Un attivista di Capracotta che dagli anni 80 sostiene una cosa: in una società matriarcale ci sarebbero molte meno guerre.

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Uno striscione singolare abbinato alla manifestazione che ha destato molta curiosità ma è stato molto apprezzato da chi ha scelto di scendere in campo in favore del popolo palestinese.

La vicinanza di D’ Andrea alle donne è datata. Da quando era giovane ha sostenuto quelle, tra cui anche sua sorella maggiore, che si sono lamentate della cultura patriarcale, nella quale toccherebbe solo alle donne la cura della casa e della famiglia.

Ha vissuto da solo a Milano in una piccola comunità di donne ( un appartamento dove all’inizio fu ospitato gratuitamente) e lì ha capito quanto è faticosa la vita della donna che lavora e che deve gestire anche la casa.

Da una sua idea la nascita del Movimento degli uomini casalinghi. E fu lui per primo a far scrivere sulla sua carta d’identità la parola “casalingo” e non quella di disoccupato.

Quando siamo oggi noi donne a non volere che si scriva sui documenti di identità la parola “casalinga” al posto di disoccupata.

Un esempio da seguire dagli uomini che ancora pretendono che sia la donna a sobbarcarsi il peso della gestione domestica, ma anche dalle donne che non riescono a liberare la mente da questo architrave della vita sociale.

Cambiare la mentalità se si vuole si può. Dovremmo iniziare da progetti nelle scuole che insegnino il valore della parità tra uomo e donne e non confinare il problema ai classici convegni dell’ 8 marzo o del 25 novembre, quando la cultura del possesso maschilista si esprime col femminicidio.