CONTROCULTURA/“Ricordi di polvere” di Flor Aristimuño, tra poesia e prosa, un viaggio nel passato per ritrovarsi nel presente

di Anna Maria Di Pietro
Ripercorrendo le orme polverose lasciate nel tempo, Flor Aristimuño invita a un viaggio intimista, personale, a tratti selvaggio e avventuroso, in cui le parole, coniugate in versi e in prosa, sono disvelatrici di un mondo sommerso, profondo, quel mondo “di dentro” dove sono stratificate voci soffocate che la parola accoglie e scioglie nell’inchiostro a riempire pagine bianche, quando l’inconscio medita una fuga dal presente, affacciandosi a quel passato che permette di abbracciare le proprie ombre, esorcizzando le paure, i dolori.
E, allora, con un respiro di memoria, l’autrice ritorna all’infanzia, alle sue radici, alle atmosfere affascinanti e suggestive del Venezuela, alla madre, per tornare, fondamentalmente, a sé, ritrovandosi.
Sono poesie e racconti impastati di terra e di mare, popolati da personaggi reali che sembrano usciti, però, da un libro di fiabe, come Petra e la sua dimora di sabbia sciolta in acqua marina, senza una gamba e dagli occhi persi; i gemelli polidattili Negro e Tango; Encarnaciòn, figura quasi angelica.
Come incisioni rupestri, si delineano scene di vita quotidiana, in cui il realismo si mescola al simbolismo e al magico, come nella figura di Isabelita, la bambola di pezza guardiana di fantasmi, o nel canto, premonitore di morte, delle civette sgarbate.
E, ancora, l’impegno civile con la denuncia della grave crisi politica, economica e umanitaria del Venezuela, che in Vengo da lontano è una sorta di scatto fotografico del prima e del dopo di un Paese ora dilaniato, assetato, in fuga da sé stesso.
In fondo, la scrittura di Flor Aristimuño riflette tutte le caratteristiche della letteratura venezuelana, i cui temi principali consistono nella narrazione della realtà in tutte le sue sfaccettature, attraverso un linguaggio non filtrato, scevro di eufemismi o costruzioni edulcorate, rappresentando la realtà sociale, la fame e la sete, l’emarginazione, l’ingiustizia, l’emigrazione di massa, affiancando la tradizione indigena, il profondo spirito identitario, l’attaccamento viscerale alle proprie origini, il rapporto ancestrale con la Natura e… la nostalgia che medita sempre il ritorno.
E in questa trama intima, intessuta di emozioni profonde e colori a contrasto, il personale diventa universale, perché l’autrice “spezza il pane” e, come in una grande mensa, distribuisce cibo per l’anima, tentando una salvifica riflessione collettiva, una interazione, lasciando, in ultimo, una pennellata di verde speranza in una tavolozza di colori ed emozioni contrastanti, in cui la parola, animata e tangibile, trasforma gli ossimori in un armonioso accordo.


