CONTROCULTURA/“La fabbrica delle ragazze” di Ilaria Rossetti, il racconto dell’esplosione della fabbrica Sutter & Thévenot, un pezzo di storia italiana dimenticato

di Anna Maria Di Pietro
Quante storie vengono dimenticate dalla Storia… e restano celate finché un’anima nobile le “ascolta” e le rimette al centro, nel posto che meritano.
Ilaria Rossetti, con infinita delicatezza e grande perizia, ha scelto di narrare i fatti, poco conosciuti, dell’esplosione della Sutter & Thévanota di Catellazzo di Bollate, la fabbrica, di proprietà svizzera, che produceva bombe e in cui lavoravano soprattutto ragazze, scelte per le loro dita sottili utili alla precisione durante l’operazione di assemblaggio.
Il 7 giugno del 1918, durante il primo conflitto mondiale, una forte deflagrazione sconvolge il piccolo centro, gettando gli abitanti nel baratro dello sconforto per le tante giovani vite spezzate.
Ed è proprio da questo evento che l’autrice dà il via al racconto minuzioso, frutto di una certosina ricerca, partendo dalla storia di Emilia Minora – una delle vittime, il cui nome, letto dall’autrice tra i documenti raccolti in archivio, è stato ispiratore del racconto – , della sua famiglia e intrecciandolo, poi, con le vicende delle altre figure che popolano un piccolo mondo che cerca in ogni modo di ripartire come se nulla fosse successo; quadretti di vita semplice dipinti nel romanzo come mappe di luoghi, tra campi, piccoli ritrovi dove scambiare quattro chiacchiere, nebbia densa tipica del paesaggio lombardo, in cui i vari “attori” s’incastrano alla perfezione attraverso descrizioni che ne mettono in risalto carattere e stati d’animo, sempre toccati piano, e sogni distrutti.
Oltre alle vite volate via troppo presto, ci sono i ragazzi chiamati al fronte, strappati alle loro famiglie, in un turbinio di emozioni contrastanti che Rossetti riesce perfettamente a riportare sul foglio, facendole sentire a chi legge. E l’amore trova posto anche nella guerra, nella condizione difficile, negli stenti, tra la disperazione più nera.
Una penna delicata, quella dell’autrice, che affronta l’argomento, a tratti cruento, con delicatezza e rispetto, accarezzando il dolore nel rispetto della dignità dei protagonisti, vittime dirette o indirette, a cui dà voce.
E anche il linguaggio si adatta volta per volta alle voci, e trova spazio il dialetto che rende tutto ancor più vicino ai fatti, geograficamente ma anche umanamente.
Scorrevole, studiata, a tratti più lenta, quando l’argomento va sottolineato, con sprazzi più veloci a segnalare qualcosa di importante che deve arrivare, la trama segue il ritmo delle emozioni, regalando spesso vera e propria poesia, coinvolgendo il lettore che avrà la sensazione di vivere lì, in mezzo a quella gente, festeggiando insieme anche la fine della guerra.
Un romanzo terribilmente attuale che parla di morti sul lavoro, rappresentando la denuncia angosciante che l’autrice stessa esprime, alla fine, in maniera chiara e senza filtri, riportando i dati odierni.
Attuale anche per le tante guerre che ancora riempiono di sangue la terra, oggi come nel 1918, dove a pagare il prezzo più alto sono sempre i civili, sempre dimenticati, con le loro storie precedenti che qualcuno ha deciso, con estrema sensibilità, di riportare alla luce.


