CONTROCULTURA/Il ricordo di Vera Vigevani Jarach, Madre di Plaza de Mayo: una vita di testimonianza, spesa per la giustizia e i diritti

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di Anna Maria Di Pietro

Muore veramente chi ha vissuto davvero, chi ha resistito e ha tramutato il dolore in lotta, sempre alla ricerca della verità? Forse, no, perché lascia un’eredità immensa, fatta di resistenza, coraggio, solidarietà. Proprio come Vera Vigevani Jarach, che il 3 ottobre, a 93 anni, si è spenta, lasciando, però, un esempio immortale.
La sua vita fu costellata di eventi drammatici fin dalla tenera età. Di origini ebraiche, si scontrò, a soli dieci anni, con la dura realtà del regime e delle leggi razziali nel momento in cui fu cacciata dalla scuola pubblica di Milano, dove viveva con la madre, il padre e una sorella. Quando la persecuzione divenne insostenibile, per salvarsi, la famiglia di Vera decise di emigrare, come molti ebrei, in Argentina, pensando di fare ritorno in Italia dopo la guerra. In realtà, non tornarono più. In Italia rimase il nonno che si rifiutò di partire, ma fu catturato e deportato ad Aushwitz, dove morì.
Vera frequentò la scuola italiana e, terminati gli studi, si appassionò di giornalismo, divenendo molto attiva tra gli altri ebrei antifascisti, tra cui Giorgio Jarach, esule triestino, che sposò nel 1949. Dalla loro unione, nel 1957, nacque Franca.
Sempre in prima fila per i diritti, accanto alle famiglie dei desaparecidos, diventando cofondatrice del movimento “Madres de Plaza de Mayo”, durante la dittatura civico-militare degli anni Settanta, Vera di nuovo si scontrò con le atrocità del potere: sua figlia Franca, attivista, fu sequestrata e portata in un campo di concentramento insieme a cinquemila persone, dove fu drogata, torturata e infine uccisa durante il “volo della morte”, la modalità che il regime dittatoriale aveva di sbarazzarsi dei dissidenti, lanciandoli da un aereo, ancora vivi, nell’oceano.
Una verità atroce, di cui Vera e suo marito vennero a conoscenza molti anni dopo, quando un sopravvissuto, che era stato catturato insieme a Franca, raccontò tutto.
La storia che si ripete: prima suo nonno, poi sua figlia, entrambe vittime di una storia sempre uguale a sé stessa.
Ma dal dolore Vera non si è lasciata sopraffare perché è diventata “testimone della memoria”, raccontando, con il fazzoletto bianco sul capo, simbolo delle “Madri di Plaza di Mayo”, la sua esperienza ovunque, nelle scuole, partecipando a convegni, iniziative, incontri, finché ha potuto. E finché ha potuto, ogni giovedì si è recata a Plaza di Mayo per il consueto girotondo, la pacifica protesta per ricordare tutti i desaparecidos.
Una vita spesa a ricordare, perché diceva: «Se hai la conoscenza storica, del passato, puoi riconoscere i segnali ed evitare che le tragedie, le grandi tragedie dell’umanità, si ripetano. La storia ci insegna una cosa, cioè che insegna poco, perché ci si dimentica, e c’è chi cerca di far dimenticare, cancellando e negando…».
Il suo messaggio, quello che instancabilmente portò insieme al fardello del dolore, era chiaro: gli esseri umani hanno l’incapacità di osservare e capire le cose del mondo, e anche quando comprendono che i diritti umani vengono calpestati, si girano dall’altra parte, per paura, connivenza, per complicità. Diceva sempre che dietro a questa indifferenza ci sono i grandi poteri.
Vera Vigevani Jarach non si è mai girata dall’altra parte, ed è questa l’eredità che ha lasciato a tutti, con una vita all’insegna della solidarietà, della lotta per i diritti di tutti, testimoniando le atrocità messe in atto dal potere marcio.
Le sue parole, pronunciate finché ha avuto forza, sono monito e sprone affinché gli esseri umani aprano gli occhi e con spirito critico comprendano ciò che accade nel mondo, facendo in modo che le grandi tragedie umane non si ripetano. Basta guardarsi intorno per comprendere che c’è ancora molto lavoro da fare, e la testimonianza di Vera Vigevani Jarach, oggi, fa ancora più rumore.