CONTROCULTURA, “Diario di una Bachcha” di Massenzia, appunti di un viaggio dell’anima e del cuore

di Anna Maria Di Pietro
Ci sono buoni libri e libri buoni, che non solo emozionano ma sono portatori sani di bene.
Questo diario di viaggio, scritto di getto, dove le pagine bianche sono state riempite di tutte le emozioni, positive e negative, è il fiore di un seme gettato nel cuore di una bambina che un giorno, in piedi su una sedia, vedendo le immagini e l’opera di Madre Teresa di Calcutta, promise a sé stessa che l’avrebbe imitata. Poi, la vita scorre, si vivono tante vite, però quel proposito è sempre lì, silente, finché proprio la vita, sempre maestra, spesso severa, a un certo punto interviene a impartire la sua lezione per indurre a cambiare strada, ad alzare la testa e guardare il cielo. Ed è così, nella sofferenza, che quel sogno di bambina inizia a fiorire, e Massenzia decide di partire come missionaria in India per aiutare “gli ultimi degli ultimi”.
Giunta a Calcutta, sin da subito, inizia a scrivere il suo diario, appuntando sensazioni, volti, esperienze, difficoltà e prove superate. Racconta dei luoghi di accoglienza, delle sister, del suo rapporto conflittuale con una città dalle mille contraddizioni, che un po’ l’abbraccia e un po’ la respinge; racconta dell’immensa povertà di quella gente che vive per strada, dell’odore acre che si respira. Un mondo a parte, popolato di anime semplici, ma ricchissime; presenta persone e riesce a farle amare al lettore, persone che nella sofferenza estrema riescono a essere grate, a donare affetto e sorrisi a lei che ogni giorno combatte contro sé stessa e si chiede, soprattutto nei primi tempi, come può aiutare quelle anime nate nella parte sbagliata del mondo. Eppure, lentamente, anche attraverso la fede – bellissimi sono i suoi dialoghi con Dio – sente sciogliersi quel nodo in gola e il dolore di un passato ancora presente inizia ad attenuarsi, perché quei sorrisi, soprattutto dei bambini, quegli abbracci sinceri, quell’esempio di resistenza e gratitudine di chi non avrebbe niente per cui ringraziare diventano balsamo per la sua esistenza ferita, fino a che smette di combattere contro sé stessa, trovando la propria strada.
Il diario racconta l’esperienza diretta, con pagine crude che non hanno il fine di impietosire ma semplicemente di fotografare la realtà; non c’è pornografia del dolore, ma tenerezza infinita, e nessuna velleità di insegnare qualcosa, forse solo l’intento di far riflettere.
Addentrandosi nella condizione femminile, l’autrice descrive un patriarcato estremo che rende la vita di ogni donna, soprattutto se povera, molto pericolosa: la violenza sulle donne, sorprese sole per strada, rappresenta una piaga nella piaga.
E parlando di donne, racconta il legame speciale con Shanty. Un libro onesto, umile, che con una scrittura scorrevole, anche se ricca di similitudini e metafore, ci offre spunti antropologici interessanti e profondi, descrivendo anche la cultura di un popolo, delle sue tradizioni che vanno dalla cucina, con i suoi sapori forti e speziati, ai piccoli riti quotidiani, fino all’immensa ricchezza spirituale, affascinante nonostante le innumerevoli contraddizioni. Toccanti le poesie, piccole gemme che illuminano e impreziosiscono le vicende narrate.
Un libro buono perché tutto il ricavato è tornato proprio dove Massenzia, giunta per aiutare, alla fine, è stata aiutata, in un rapporto di reciproca, pura umanità.


