Consigliere di parità abolite, la lotta del Pd tra il Molise e il nazionale: si cancelli il decreto Meloni- Roccella

La cancellazione delle consigliere di parità ha interessato il Pd sia a livello molisano che nazionale.
A livello locale i consiglieri regionali Micaela Fanelli, Alessandra Salvatore e Vittorino Facciolla hanno presentato una mozione volta a chiedere al consiglio regionale di esprimersi contro il decreto Meloni- Roccella.
In particolare impegnano
il Presidente della Regione Molise e la Giunta regionale
- a rappresentare formalmente al Governo e al Parlamento la necessità di modificare lo schema di decreto, prevedendo una articolazione territoriale stabile e strutturata del nuovo Organismo per la parità, anche attraverso sedi regionali o presìdi permanenti;
- a sollecitare il mantenimento e il rafforzamento delle funzioni oggi esercitate dalle Consigliere e dai Consiglieri di parità regionali e territoriali, in particolare in materia di:
• intervento nel contenzioso lavoristico,
• monitoraggio delle discriminazioni nei luoghi di lavoro,
• partecipazione ai tavoli istituzionali regionali; - a promuovere, in sede di Conferenza Stato-Regioni, una posizione condivisa delle Regioni di contrarietà al Decreto, a tutela del principio di capillarità;
- a garantire, nelle more dell’entrata in vigore del nuovo assetto, la continuità piena dei presìdi territoriali e la valorizzazione delle competenze maturate.
A livello nazionale la portavoce Roberta Mori
ha convocato un incontro con consigliere di parità, parlamentari, esecutivo nazionale e referenti tavoli tematici.
La riunione ha consentito un confronto utile e approfondito sullo schema di recepimento delle direttive europee sugli organismi di parità, facendo emergere una valutazione largamente condivisa: il testo, così come formulato, non rafforza il sistema di tutela antidiscriminatoria, ma rischia di depotenziarlo in modo significativo.
Il punto più critico riguarda il venir meno della dimensione territoriale come elemento certo, strutturale e obbligatorio del sistema. La previsione facoltativa delle articolazioni territoriali del nuovo organismo, affidata alla discrezionalità delle Regioni, mette a rischio la sopravvivenza stessa della rete delle consigliere di parità, che in questi anni ha rappresentato un presidio concreto di prossimità, competenza e tutela per le donne nel lavoro.
È stata inoltre evidenziata la criticità politica e ordinamentale dell’accorpamento tra le due direttive, che finisce per appiattire la specificità della discriminazione di genere dentro un contenitore indistinto, indebolendo la funzione propria delle consigliere di parità e cancellando la specificità del loro ruolo nel contrasto alle discriminazioni nel mercato del lavoro.
Dal confronto è emerso con chiarezza che non si tratta di una semplice riorganizzazione amministrativa. Siamo di fronte a una scelta che centralizza, burocratizza e gerarchizza, comprimendo autonomia, indipendenza e capacità di intervento. Viene colpita una funzione pubblica che non si esaurisce in compiti consultivi, ma comprende presa in carico dei casi, azioni collettive, monitoraggio, promozione di politiche attive e costruzione di reti territoriali.
Tra i profili più problematici sono stati richiamati: la clausola facoltativa sulle strutture territoriali; l’assenza di garanzie reali di autonomia delle eventuali sezioni locali rispetto all’organismo centrale; la concentrazione delle risorse al livello nazionale; la mancata valorizzazione delle competenze maturate; il rischio di lasciare scoperti territori e lavoratrici durante la lunga fase transitoria prevista dal nuovo assetto.
La riunione ha individuato alcune direttrici di lavoro condivise. In primo luogo, la necessità di difendere il carattere obbligatorio e non facoltativo della presenza territoriale, anche attraverso il coinvolgimento della Conferenza Stato-Regioni. In secondo luogo, l’urgenza di costruire una proposta tecnico-giuridica credibile, fondata su modifiche puntuali e praticabili, capace di salvaguardare territorialità, autonomia, risorse e continuità delle funzioni. In terzo luogo, la necessità di rafforzare il lavoro parlamentare già avviato attraverso la richiesta di audizioni, osservazioni e iniziative coordinate, anche prevedendo, in caso di chiusura tecnico-politica ad ogni modifica, l’elaborazione di un secondo parere parlamentare alternativo di minoranza.
È stata inoltre richiamata l’importanza di attivare una convergenza più ampia con sindacati, Regioni, amministratrici ed elette, per contrastare una scelta regressiva che colpisce non una categoria, ma l’effettività dei diritti delle donne nel lavoro.
La Conferenza nazionale Donne democratiche, in raccordo con le parlamentari e con la rete delle consigliere di parità, proseguirà dunque il lavoro politico e istituzionale per contrastare lo smantellamento dei presìdi territoriali e per affermare un principio chiaro: il recepimento delle direttive europee non può diventare il varco per ridurre tutele, autonomia e prossimità, ma deve essere l’occasione per rafforzarle come esplicitamente l’indirizzo europeo richiede.


